Una proposta indecente per gestire la “riqualificazione”

traditoriLa nostalgia dei sindacati complici per la stagione della “concertazione” è nota.
Che quella stagione abbia rappresentato un lungo percorso di spoliazione per i lavoratori, in termini salariali e normativi, e addirittura di diritti universali (ad oggi, in molti posti di lavoro, non sei trattato come un soggetto umano, ma come una cosa o un animale), a loro non interessa affatto. A quel tempo avevano un “ruolo politico”, come si diceva allora. Venivano chiamati a Palazzo, messi intorno a un tavolo, e la loro complicità veniva ben ricompensata con buone carriere politiche o amministrative a fine carriera sindacale.
L’elenco è sterminato, inutile farlo…
A forza di svendere interessi altrui, però, è venuta meno anche la loro utilità come “intermediari” tra imprese e lavoratori. Se l’impresa è autorizzata in ogni caso a fare come le pare, è inutile convocare “la controparte” per chiedere il parere. Se ne può fare a meno. E i governi della Troika (da Monti a Renzi) hanno sancito che il sindacato non è più una “parte sociale” da dover consultare prima di assumere decisioni che investono i lavoratori. Punto.
Nel tentativo di ricostruirsi una funzione utile, Cgil-Cisl-Uil hanno provato a stendere insieme a Confindustria (altro “sindacato” in crisi, perché dopo la Fiat molte altre aziende hanno smesso di farsi rappresentare da via dell’Astronomia) una intesa per modificare la gestione delle crisi aziendali; ammortizzatori sociali compresi.
In realtà la “riforma egli ammortizzatori” è stata già fatta autoritariamente dal governo Renzi col Jobs Act, cancellando tutti gli ammortizzatori esistenti e riducendoli alla sola cassa integrazione straordinaria (Cigs, riservata ai casi di crisi aziendale per motivi “eccezionali” come terremoti e alluvioni) e all’assegno di disoccupazione (Naspi). Durata massima due anni, fine degli accordi sindacali per gestire gli “esuberi”, fine dell’”accompagnamento alla pensione” mescolando o sommando Cig e mobilità, che in alcuni casi riuscivano a garantire fino a sette anni di precaria sopravvivenza ai licenziati.
Il testo messo assieme dalle due parti sociali è indicativo innanzitutto della crisi di queste organizzazioni. In teoria si propone, scrive il giornale di Confindustria, “Un nuovo approccio alla gestione delle crisi e delle ristrutturazioni aziendali, che fa perno sul mix formazione (in vista della ricollocazione dei lavoratori) e sussidi più robusti. Con un duplice obiettivo: ridurre il numero di licenziamenti, e costruire un moderno ed efficace sistema di outplacement, con il coinvolgimento attivo delle imprese e del sindacato, valorizzando, così, la contrattazione”.
Gli ammortizzatori sociali fanno da sempre parte degli strumenti di “politica passiva” rispetto ai licenziamenti, mentre corsi di riqualificazione, assistenza alla ricollocazione, ecc, sono il cuore delle cosiddette “politiche attive”. Nella proposta che verrà inviata al governo si prova a indicare “soluzioni specifiche da adottare, nella loro interezza, sia nelle imprese interessate dalla Cassa integrazioni straordinaria (la Cigs, che si utilizza per difficoltà strutturali) sia nelle aziende che operano in aree di crisi industriale complessa e non complessa, laddove vi siano concrete possibilità di rilancio delle attività produttive (in pratica quando si è in presenza di un processo di riconversione e riqualificazione in atto)”.
Si noterà che l’ambito è ristretto alle sole crisi che potrebbero non essere definitive, quindi dove riconversione produttiva degli impianti e riqualificazione dei dipendenti sono ipotizzabili.
In questi casi, fatto l’accordo sindacale sul “piano di gestione degli esuberi”, le parti concorderanno un «piano operativo di ricollocazione» finalizzato a favorire la formazione e la ricollocazione, appunto, dei soggetti interessati, già durante il periodo di fruizione della cassa integrazione straordinaria. Questi corsi di riqualificazione potranno aver luogo anche immediatamente, ma solo accettando la risoluzione del contratto di lavoro. L’azienda potrà – in questa che è ancora solo una proposta, è bene ricordarlo – produrre una «un’offerta conciliativa», sulla falsariga di quella prevista dal Jobs act per il contratto a tutele crescenti, per arrivare alla risoluzione consensuale del rapporto di impiego (e di ogni altro eventuale profilo di contenzioso derivante dal rapporto, per esempio differenze retributive), in modo tale da poter anticipare i percorsi di formazione e riqualificazione utili alla ricollocazione.
In pratica accetti di essere licenziato, per di più liberando l’azienda da ogni minaccia di ricorso al giudice per eventuali spettanze non ricevute, ma per la durata dei corsi di riqualificazione ti viene garantito il trattamento che avresti avuto in cassa integrazione. E magari anche per un periodo più lungo, se i corsi dovessero avere una durata maggiore (oltre i due anni? cavolo, una laurea breve…).
Sì, va bene, è una schifezza; ma dov’è il guadagno per Confindustria e sindacati complici?
Ma nei corsi stessi, no? Basta leggere: Per gli interventi formativi essenziali ai fini della ricollocazione, poi, le parti potranno prevedere di derogare al vincolo attualmente previsto relativo alla misura massima di fruizione della Cigs per tutta la durata del programma. Per le attività di formazione e di outplacement è prevista la possibilità di operare attraverso i fondi interprofessionali (in primis Fondimpresa, creato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil).
Insomma: le organizzazioni firmatarie forniranno il necessario ad effettuare i corsi di riqualificazione (locali, docenti, materiale didattico, laboratori, ecc). A tale scopo l’attuale contributo pari allo 0,30% del salario, che ogni lavoratore paga per finanziare la cassa integrazione – è un falso clamoroso che la Cig sia pagata con fondi pubblici: è autofinanziata! – dovrebbe finire ai “fondi interprofessionali” (enti bilaterali compartecipati dalle stesse “parti sociali”, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil). Così potranno essere retribuiti i docenti dei corsi, pagate le spese strutturali e il materiale di consumo, ecc. Un modo per garantire un lavoro e una retribuzione a un po’ di funzionari “in esubero”, visto il drastico calo di iscritti alle associazioni in questione.
Tutto con i soldi detratti dalla busta paga.
Non è un’illazione: “Per quanto riguarda infine il contributo di mobilità (lo 0,30%), che cesserà definitivamente a decorrere dal 2017, Confindustria e sindacati propongono di coinvolgere i fondi interprofessionali, per consentirgli di poter ricevere e accantonare comunque questo contributo e destinarlo, tra l’altro, alla formazione o all’integrazione dell’assegno di ricollocazione o della Naspi”.
Tradotto: se dovesse avanzare qualcosa, dopo aver pagato i “docenti” tratti dalle proprie fila, i soldi dei lavoratori potrebbero irrobustire quelli che lo Stato dovrebbe destinare all’assegno di disoccupazione…
Fonte: Contropiano.org
di Alessandro Avvisato

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