Fino a quando dobbiamo subire gli accordi tra le parti?

L’ennesimo accordo tra Confindustria e cgilcisluil sulla struttura della contrattazione pone un quesito che da tempo aleggia: è ancora intoccabile il dogma secondo cui gli accordi raggiunti “tra le parti” valgono di fatto alla stessa stregua di una legge?
Riteniamo sia il caso ormai aprire una discussione franca su questa modalità di governo delle relazioni industriali, soprattutto alla luce di cosa sono diventate le parti sociali, e per quel che riguarda noi, principalmente cosa sono diventate cgilcisluil.
Da molti decenni ormai è iniziata una trasformazione profonda dell’essere e dell’agire delle confederazioni “storiche” italiane.
Una trasformazione che si è snodata nei decenni con passaggi che sarebbe bene ricostruire appieno ma che ora siamo costretti a dare per conosciuti.
Le tappe di avvicinamento al sindacato dell’oggi hanno prodotto nel tempo una modificazione genetica del sindacato riformista italiano fino a ridurlo in un soggetto dedito più alla propria conservazione che alla crescita degli strumenti di tutela e di emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici.
Gli innumerevoli accordi tra le parti, per non andare troppo indietro nel tempo ne datiamo l’avvio agli anni 92/93, hanno sempre avuto una caratteristica precisa, quella di dichiarare esaurito ed inutile il conflitto di classe tra capitale e lavoro e quindi di qui la scelta di operare in accompagnamento alle scelte del capitale e dei padroni con la sola accortezza di provare a ridurne il danno ed ottenerne benefici per la propria funzione e sopravvivenza.
Il continuo bisogno dei padroni di garantirsi sempre più mano libera nello sfruttamento ha trovato al suo fianco un apparato legislativo di sostegno solo grazie al via libera sindacale che è avvenuto a volte in modo esplicito, in altre attraverso il silenzio delle lotte come in particolare sulla Fornero e sul Jobs act.
I numeri di iscritti che queste organizzazioni vantano, sicuramente importanti, non bastano a risollevare la loro immagine tra il corpo vivo dei lavoratori.
Contratti largamente insufficienti sul piano salariale e devastanti su quello normativo, incapacità di contrastare le delocalizzazioni e la fuga delle imprese, silenzio sulla precarizzazione del lavoro e sull’attacco al sistema previdenziale, condivisione della criminalizzazione delle lotte e dello sciopero, partecipazione alla spartizione delle spoglie del welfare universale mai davvero difeso, per citare solo i punti più eclatanti, hanno prodotto una diffusa ripulsa che si sente nell’aria ma che ancora non si palesa come invece accaduto sul piano politico.
Ma in questa condizione è possibile continuare a subire gli “accordi tra le parti”?
Possibile che il parlamento rinunci al suo ruolo di legislatore quando si tratta di “normare” le condizioni di lavoro e contrattuali di milioni di lavoratori e lavoratrici?
Se come è noto a tutti, soprattutto alle forze politiche che hanno vinto le elezioni, queste organizzazioni non svolgono più la funzione per cui sono nate, è giusto continuare a consentirgli una autonoma determinazione su questioni che riguardano il presente e il futuro di milioni di persone?
E soprattutto è giusto consentirgli di definire contesti di autoconservazione che, negando il pluralismo sindacale, impediscono a chiunque altro di crescere ed affermarsi come reale alternativa come invece è accaduto, su un altro piano, nell’ambito politico?
La campagna elettorale ha elegantemente glissato sulla questione della rappresentanza dei lavoratori e sul sindacato in generale, sarebbe ora invece di aprire una riflessione rapida e decisiva su questa questione con tutti i soggetti interessati e non solo con quelli che si sono costruiti nel tempo una rendita di posizione ormai palesemente immeritata e ingiusta.

Unione Sindacale di Base

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