Per un reddito minimo garantito

Certo che a sentirla così, l’idea del reddito minimo garantito sembra quasi una boutade estiva. Poi, però, parli con Maria Pia Pizzolante , 29 anni, precaria, combattiva portavoce di Tilt, una delle associazioni che in questi giorni promuove la raccolta di firme per introdurlo anche in Italia e tutto diventa più concreto e realistico. Soprattutto quando poi scopri che nella locomotiva europea, la potentissima Germania, esiste dal lontano 1961. E,a giudicare dai risultati, funziona benissimo.
“Assieme alla Grecia, siamo il paese più arretrato sul terreno degli strumenti di sostegno al reddito”, spiega Maria Pia. “I cittadini che non hanno un lavoro vengono abbandonati, condannati all’esclusione e alla marginalità. In Danimarca, per esempio, la copertura sociale è del 53%, in Inghilterra del 57%”.
E in Italia?
Appena lo 0,53% dei cittadini gode di tutele legate al sostegno al reddito.
Praticamente nessuno.
Eppure, non solo la Costituzione ma anche numerosi testi e risoluzioni europee e internazionali richiamerebbero le nostre istituzioni a maggior senso di responsabilità. A partire dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Per non parlare, poi, di quella bella Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 che riconosce ad ogni individuo il “diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.
Ma non sono solo i principi e le norme a sollecitare l’introduzione di questa misura di ultima istanza ma anche il buonsenso. E non solo perché sarebbe una misura antirecessiva ma anche perché, come spiega Maria Pia, “introducendo il reddito minimo i lavoratori uscirebbero dal ricatto, sarebbero liberi di dire no al lavoro nero, non avrebbero bisogno di rivolgersi al potentato locale per avere il ‘favore’, romperemmo così uno dei meccanismi più regressivi del nostro sistema: le clientele”.
Naturalmente, la tutela del reddito minimo (circa 600 euro al mese) da sola non basta. Occorre legarla, spiega Maria Pia, “ad un nuovo sistema di workfare e di formazione, al potenziamento e ad una maggiore integrazione dei servizi di collocamento. In altre parole, ad un sistema capace di offrire sbocchi occupazionali seri, che mettano la parola fine a quella vocazione tutta italiana al ricatto occupazionale: “Molti di noi – racconta Maria Pia – non vengono retribuiti nemmeno quando lavorano. Il reddito minimo ci aiuterebbe a cercare lavoro con più serenità perché a nessuno di noi piace stare con le mani in mano”.
Sì, però c’è un problema. Quanto costa allo Stato sostenere chi non lavora?
“La proposta di legge per la quale stiamo raccogliendo le firme guarda anche alla compatibilità finanziaria di quest’operazione: non è una proposta velleitaria, le risorse ci sono, occorre solo redistribuirle meglio. Inoltre, il nostro testo individua scrupolosamente i requisiti e i coefficienti legati all’erogazione del reddito minimo (es. reddito inesistente o sotto la soglia di povertà, iscrizione obbligatoria all’Agenzia del Lavoro, accettazione offerte di lavoro, ecc.)”.
Certo, tra spending review e controriforme del lavoro, il periodo non sembrerebbe il più favorevole per dare vita ad un’ipotesi così avanzata che ci avvicinerebbe all’Europa ma soprattutto alla civiltà.
Ma Maria Pia sembra fiduciosa: “Si avvicinano le elezioni e noi vorremo sentire parole chiare su questo tema”.
Intanto, decine di associazioni, partiti e movimenti hanno già aderito alla campagna, dal popolo viola al collettivo San Precario fino a Sinistra Ecologia Libertà.
E nei territori cominciano a nascere i primi comitati locali: a Catania a Trieste a Salerno. Obiettivo?
Raccogliere, sotto la proposta di legge, 50.000 firme entro dicembre.

Maurizio Panizza –  SEL

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