Fornero: ritorno al passato

E’ partita alla grande la campagna sulla necessità di modificare l’articolo 18 e il mercato del lavoro. Monti, Napoliano e la Fornero si stanno sperticando nel battere la grancassa contro i “privilegiati” del lavoro.
Proclamano che bisogna dare lavoro ai giovani, risolvere il problema della precarietà e affinchè questo si possa realizzare bisogna mettere mano all’articolo 18 mettendo così fine al dualismo nel mercato del lavoro, fra chi è tutelato dagli umori del padrone da tutta una serie norme (in testa l’art. 18), e chi è schiavo ballerino della precarietà a vita assicurata da oltre 40 forme contrattuali decise dai governi di questi ultimi 20 anni.
Appare vergognoso che da parte di questi professori nessuno ricordi che dopo 15 anni di precarietà (pacchetto Treu e legge 30) l’occupazione non solo non è aumentata, ma i giovani disoccupati hanno raggiunto quota 30% dei senza lavoro, nonostante gli oltre 40 tipi contratti atipici.
Per questo non riesco a capire cosa c’entra l’articolo 18 con la lotta alla precarietà. L’art. 18 (che vieta il licenziamento senza giusta causa e obbliga il reintegro o il pagamento di un indennizzo per il lavoratore ingiustamente licenziato) si applica alle imprese con più di 15 addetti. Tra questi, ne sono esclusi tutti coloro che hanno un contratto precario (interinale, a termine, collaborazione, stage…). Inoltre, con la legge 223 del 1991, sono stati introdotti i licenziamenti collettivi tramite l’istituto della mobilità e con il sistema degli appalti si può licenziare anche senza questa norma come insegna il licenziamento degli 800 lavoratori dei treni notturni da parte di Trenitalia.
Oggi non esiste un dualismo nel mercato del lavoro in quanto la precarietà in oltre 15 anni si è allargata come una metastasi tumorale, è divenuta strutturale, generalizzata e coinvolge l’intera esistenza del lavoratore. Le vicenda Fiat, Finmeccanica, Trenitalia o la Omsa sono esempi di come la precarietà è ormai parte anche di quei lavoratori che formalmente hanno un contratto a tempo indeterminato.
Questa situazione di generale precarietà esistenziale non può essere riformata ma solo cancellata abrogando i 40 contratti atipici ed estendendo l’articolo 18 anche alle aziende con meno di 15 dipendenti.
La cancellazione della precarietà sarà un grande contributo alla valorizzazione delle professionalità dei lavoratori le quali, accompagnate da percorsi formativi incostanza di reddito, possono dare un contributo, non indifferente alla crescita della competitività delle imprese italiane.
Purtroppo, anche a causa delle debolezze sindacali, si deve registrare che se la precarietà non è servita per dare lavoro ai giovani è però stata utilizzata dai padroni per rendere normali, anche in Italia, i salari di fame, alla greca, sia per i lavoratori garantiti che per i lavoratori precari.
Le proposte che oggi vengono messe sul tappeto dalla Fornero, con l’assistenza di Ichino, Boeri e Damiano, sembrano copiare quanto avviene nel mondo delle cooperative sociali con il socio lavoratore, dove il contratto di lavoro applicato è formalmente a tempo indeterminato, ma nella sostanza il grado di subalternità e di precarietà normativa e salariale è più elevato e generalizzato che altrove.
Davanti ad questa campagna di stampa, che senza nessun pudore continua a vendere un falso storico sulla flessibilità come strumento capace di creare occupazione, la sinistra deve unire la lotta per la difesa dell’articolo 18, con i temi della rappresentanza e della democrazia, una richiesta di miglioramento degli ammortizzatori sociali capaci di svolgere un ruolo attivo sull’occupazione a partire dall’allargamento dei contratti si solidarietà per evitare i licenziamenti, senza dimenticare la richiesta cardine di un reddito minimo garantito e slegato dal lavoro e accesso gratuito ai servizi comuni materiali e immateriali del sistema di welfare.

Ezio Casagranda

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