Ripartire da una sconfitta

Se il 20 maggio 20 maggio 1970 era ricordato come la data in cui la Costituzione varcava finalmente i cancelli delle fabbriche, il 27 giugno 2012 sarà ricordato come la data in cui le fabbriche chiudono la porta in faccia alla Costituzione repubblicana.
Infatti, con la controriforma del lavoro targata Fornero seguita dalle sue dichiarazioni il lavoro non e’ più un diritto ma viene declassato a un premio elargito dai padroni e solo a chi è disposto ad essere servo anziché lavoratore.
La riforma Fornero con il sostegno di PD, PDL e Terzo polo è arrivata là dove nemmeno Berlusconi era arrivato, a cancellare l’articolo 18 e i diritti dei lavoratori. Una riforma che danneggia i giovani, le imprese e i lavoratori, smantellando i loro diritti e il loro futuro.
Ma questa riforma è servita a Monti per aprire la “contrattazione” con la Merkel ed uscire “vincitore” dal vertice di Bruxelles. Ma se Monti ha vinto non ha perso la Merkel ma i cittadini ed i lavoratori italiani i quali saranno chiamati a pagare i debiti delle banche e quindi la speculazione non dovrà pagare per i propri azzardi speculativi in quanto il conto lo pagherà il Fondo Salva Stati cioè i cittadini di tutta Europa con le loro tasse.
Per l’Italia viene confermato il fiscal compact che rimane il riferimento di bilancio per i prossimi anni e questo significa tagli indiscriminati ai diritti dei lavoratori, al welfare, privatizzazione dei beni comuni, svendita del patrimonio pubblico e delle risorse naturali mentre gli unici investimenti previsti riguardano solo le grandi opere inutili e dannose, come il TAV, e quindi nei prossimi anni stangate e la recessione continuano creando nuove povertà e licenziamenti.
Basti vedere come, anche davanti al blocco dei contratti che dura da anni, l’inflazione (quella certificata dall’Istat) corre al 3, 3% annuo. Una media che è il risultato di un incremento del 4,4% dei prezzi dei generi di prima necessità (il cosiddetto «carrello della spesa» standard, ovvero quei generi che non si può fare a meno di comprare spesso, come pane, latte, uova, ecc) e del 2% del costo dei servizi.
Bloccati i salari, pensione a 67 anni, cancellati i diritti, messa in mora della democrazia sindacale e della Costituzione in azienda sono i risultati di oltre 17 anni di politica berlusconiana che con il governo Monti, sotto dettatura della Troika, ha subito una forte accelerazione.
Una vera sconfitta del sindacato confederale e della sinistra in generale.
Io credo che questa sconfitta non sia dipesa solo dall’aggressività capitale ma è anche il risultato dell’assenza di una politica di opposizione in parlamento e nel paese alle politiche del governo Monti che in nome dello spreed, ha portato a termine il diktat della BCE.
Una grande responsabilità la porta il PD ma anche la Cgil che ha fatto da cinghia di trasmissione agli interessi del partito anziché essere la rappresentanza del lavoro. Di quel lavoro che stava scioperando contro questa macelleria sociale, basti ricordare lo sciopero della Fiom del 9 marzo, i sciopero spontanei nelle fabbriche le iniziativa dei vari movimenti ma anche della stessa Cgil che aveva proclamato 16 ore di sciopero contro la manovra Fornero.
Uno sciopero che la Cgil ha poi ritirato senza un valido motivo accettando nei fatti la mediazione che cancellava l’articolo 18 dando così il via libera alla distruzione dei diritti ed al modello Marchionne che nel futuro sarà esteso a tutto il mondo del lavoro.
Quel Marchionne che dalla Cina irride alle nostre leggi definendo “folklore locale” la sentenza del giudice di Roma che ha condannato la Fiat per discriminazione nei confronti della Fiom
I sindacati di base, la Fiom, i movimenti e singole fabbriche hanno generosamente resistito contro questo disegno liberista ma non è stato sufficiente per cambiare il corso delle cose.
Noi dobbiamo partire da questa sconfitta per costruire un forte movimento capace di unificare le lotte di tutti i lavoratori, dei vari sindacati di base, dei movimenti che nei territori si battono contro l’attuale modello sociale dando loro anche una prospettiva politica capace di mettere in campo tutti gli strumenti, referendum abrogativo compreso, per cancellare le riforme del lavoro, delle pensioni, l’articolo 8 della finanziaria di Berlusconi, le privatizzazioni dei beni comuni, del welfare e per cancellare il fiscal compact dalla nostra Costituzione.
Non sarà facile ma ci dobbiamo provare.
Ezio Casagranda

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Un commento

  • antonio

    È paradossale che nel periodo di massima crisi da molti decenni a questa parte del capitalismo internazionale e di quello nostrano in particolare – perché in Italia la crisi economica si avvita con quella del sistema politico inetto e corrotto della cosiddetta “Seconda repubblica” – la borghesia possa adottare le misure più drastiche senza trovare la benché minima resistenza nel mondo del lavoro e nelle organizzazioni politiche e sindacali che dovrebbero rappresentarlo.
    La sinistra politica come l’abbiamo conosciuta sino alla fine del secolo scorso non esiste più: quella maggioritaria – di provenienza Pci, Psi – è passata ormai da tempo armi e bagagli al liberismo più smaccato, alla difesa delle compatibilità del capitalismo, se non alla reazione vera e propria in varie questioni sociali, culturali, religiose, giudiziarie.
    Mentre la grossa parte di ciò che restava dell’ex-estrema sinistra (dalla gruppettistica degli anni ’70 a Democrazia proletaria arrivando a Rifondazione e alla cristallizzazione della sottocasta dei Forchettoni rossi) ha tristemente concluso il suo declino imbarcandosi nell’ultimo governo Prodi del 2006, per essere poi punita dal suo stesso elettorato nelle elezioni del 2008.
    Cremaschi ha conosciuto tutto ciò e ne ha fatto parte integrante, anche se “nobile”. Diciamo che ne è stato a suo modo un’espressione ideologica in campo soprattutto sindacale.
    Ciò va ricordato perché spesso ci si dimentica di tenere adeguatamente conto dell’involuzione del sindacato, di anni e anni di accordi a perdere, di scioperi senza costrutto o senza obiettivi e di concertazione subalterna che lo hanno portato a trasformarsi in ciò che è al momento: un carrozzone burocratico che imbriglia tutte le spinte al conflitto che vengono dalla sua base per spostarle sul terreno della mediazione politica finalizzata al mantenimento dei propri privilegi di apparato – vedi partecipazione a una marea di commissioni paritetiche assieme alle controparti, vedi distacchi sindacali pagati dagli enti, vedi l’enorme giro di affari che ruota intorno ai centri di assistenza fiscale e ai patronati che sbrigano “gratuitamente” le montagne di scartoffie che la burocrazia fa gravare ad arte sulla testa dei cittadini.
    Anche il sindacalismo di base – che dalla fine degli anni ’80 aveva cercato di dare una risposta alla capitolazione del sindacalismo confederale – si dibatte in una crisi senza sbocco fra tentazioni di adeguamento all’andazzo corrente e resistenze generose ma minoritarie che al massimo incidono – e non potrebbe essere altrimenti, viste le forze in campo – solo su situazioni locali. E comunque, anche questo tipo di sindacalismo ha fatto propria la prassi di convocare gli scioperi (a volte fintamente “generali”) indipendentemente dal conseguimento concreto di risultati, sia pure modesti o modestissimi. Questa prassi, che col tempo contribuisce a demoralizzare il fronte dei lavoratori in lotta, ha in genere delle finalità propagandistiche, di concorrenza tra sindacati di base e di esibizionismo dei gruppi dirigenti (che non a caso sono inamovibili, sempre gli stessi ormai da decenni e in saldo controllo dei rilspettivi apparatini).
    Per non parlare dei piccoli gruppi politici collocabili nell’area dell’ex-estrema sinistra che, con tutto il rispetto per i singoli militanti, non incidono per nulla (e anche loro con gruppi dirigenti inamovibili per decenni, nei casi storicamente più antichi), mentre presentano un’immagine caricaturale della prospettiva rivoluzionaria, della sua elaborazione teorica, dell’apparato partitico, del concetto stesso di militanza politica.
    Ed ecco l’utilità che mi sento di riconoscere nella dichiarazione di Cremaschi, perché essa afferma più o meno esplicitamente che sarebbe ora di cominciare a chiedersi che cosa si possa fare, se non sia necessario un passo indietro da parte di chi ancora vuole resistere all’offensiva borghese e costruire qualcosa che abbia la massa critica per far ripartire le mobilitazioni dei lavoratori, difendere i gruppi sociali falcidiati dalla crisi ecc. Non sarà la demagogia o gli scioperelli convocati senza obiettivi precisi e irrinunciabili a cambiare la situazione, il rapporto di forze: il debito pubblico, i profitti degli speculatori e la crisi delle banche continueremo a pagarli noi, eccome. Marchionne potrà continuare a irridere le rare sentenze che difendono qualche residuo diritto del mondo del lavoro chiamandole “folcloristiche”, la ministra Fornero potrà continuare col suo fare sprezzante a sgretolare pezzo per pezzo quello che si era faticosamente ottenuto con decenni di lotte e la borghesia nel suo complesso continuerà ad ingrossare le file dell’esercito industriale di riserva che userà per rimpinguare i suoi profitti quando la congiuntura tornerà favorevole.
    da Utopia Rossa: Gino Potrino, Antonio Marchi

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