Giovani, occupazione e articolo 18

Oggi il TG de La7 ha dato la notizia che la disoccupazione giovanile a dicembre ha superato il 30,1%, che arriva al 40% al Sud.
Questi dati preoccupanti saranno utilizzati dai vari Fornero e dai suoi consulenti alla Ichino, per imporre la cancellazione dell’articolo 18 come soluzione sia del famoso dualismo nel mercato del lavoro che per dare risposte ai giovani.
Tutti sanno che questo non vero, ma in assenza di una politica economica, prevale nel governo l’ideologia becera di un neoliberismo che ha fallito su scala planetaria. La crisi è infatti frutto di questo fallimento,
Prendo in prestito una parte di un articolo a firma di Antonio Lettieri pubblicato oggi da IL Manifesto che snocciolai quei dati che inconfutabilmente smontano le tesi del trio Monti/Fornero/Ichino che teorizza la libertà di licenziare per dare vantaggi per l’occupazione e, in particolare, per i giovani.
“….. Ma si tratta di un argomento puramente ideologico, contraddetto dai fatti che raccontano una storia diversa. In Italia, nel periodo 2000-2008 (l’anno in cui si manifesta la crisi) l’occupazione passa da circa 21,2 a circa 23,4 milioni con un aumento di quasi 2,2 milioni di unità.
Un aumento nettamente superiore a quello che nello stesso periodo si realizza in Francia (1,6 milioni), e leggermente superiore a quello che si registra in Germania (2,1 milioni). In parallelo, la disoccupazione scende in Italia fino al 6,8 per cento (un punto in meno rispetto alla media dell’eurozona). Dove sarebbe l’effetto negativo dell’art.18 sull’occupazione e la disoccupazione? Poi, come era prevedibile la disoccupazione torna a crescere durante la crisi.
Ora consideriamo l’esperienza americana segnata dalla libertà di licenziare, rivendicata dalla destra e assecondate da alcune frange della sinistra. Negli Stati Uniti la crisi ha effetti devastanti proprio sull’occupazione. Nonostante nel 2009 l’amministrazione Obama stanzi per il rilancio dell’economia e della lotta alla disoccupazione 800 miliardi di dollari – come dire in Italia novanta miliardi di euro – la disoccupazione raddoppia passando da sette a oltre 14 milioni di lavoratori e lavoratrici, ovvero da meno del 5 al 9 per cento (ottobre 2011). Le imprese, libere di licenziare, fanno strage dell’occupazione e realizzano aumenti record dei profitti.
Al contrario, la Germania adotta una politica rovesciata. La parola d’ordine è: non licenziare. La linea concordata fra governo, imprese e sindacati è la riduzione dell’orario di lavoro temporanea per tutti i lavoratori delle imprese in difficoltà – la Kurzarbeit che prevede un’integrazione salariale a carico dello Stato per compensare la perdita dovuta alla riduzione dell’orario di lavoro. I risultati sono stupefacenti. Il tasso di disoccupazione del 7,5 per cento nel 2008, data d’inizio della crisi in Europa, si riduce a ottobre del 2011 al 5,5 per cento, e l’occupazione totale raggiunge il livello più alto degli ultimi due decenni.
Due modi diversi di affrontare la crisi. Da un lato, il modello Marchionne basato sull’abrogazione dei diritti dei lavoratori e la rottura dei sindacati, dall’altro quello che potremmo definire il “modello Volkswagen” che porta l’industria automobilistica tedesca al primo posto nel mondo……”

In Italia abbiamo 46 modelli di rapporto di lavoro, siamo il paese più flessibile del mondo con i risultati occupazionali richiamati all’inizio.
Ma quando questi professori, tecnici o politici, si renderanno conto che se oggi un’impresa non assume non per la rigidità delle regole ma perché non ha bisogno di produrre. E le industrie italiane, non avendo innovato negli anni passati, a differenza di quelle tedesche, soffrono la crisi in maniera maggiore.
Di questo dovrebbero occuparsi quanti hanno la responsabilità di governo a tutti i livelli, da Roma a Trento, di come salvaguardare prima e creare poi nuove opportunità occupazionali.
Servono investimenti importanti, ma non nelle grandi opere come il TAV, ma in settori strategici, nell’innovazione, nelle nuove fonti energetiche, nell’ambiente, nella difesa del territorio, in case popolari, e nell’assistenza alla persona, nella formazione, negli ammortizzatori e nell’aumento dei redditi bassi.
Per fare questo servono risorse e per questo mi permetto di suggerire a Monti, che oggi è volato a bruxelles,  di chiedere all’Europa di adottare la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, mentre a Roma decida di mettere la tassa sui grandi patrimoni e sulle grandi ricchezze. Mentre da subito può stornare i 23 miliardi che L’Italia spende per finanziare la guerra.

Ezio Casagranda

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Un commento

  • luciano

    Ezio, ma non pensi che quella gente mente sapendo di mentire!!!In più lo fanno per uno scopo ben preciso e cioè far pagare a noi la crisi ottenendo due risultati quello di riaffermare il loro potere e in più è chiaro che indebolirebbe le “nostre fila”!!!La cosa più grave, a mio parere,è l’atteggiamento di tutte quelle forze che si “ispirano”a valori di equita e di giustizia che credono o fanno finta di credere che la “via Monti” sia quella giusta,l’unica possibile ben sapendo dove condurra quella via!!!Non c’e ne sono vie di mezzo: Monti e il suo governo non fa i nostri interessi non è equo e in prospettiva sarà ancora più feroce e antiproletario ,per questo dobbiamo combatterlo con tutta la forza e la volonta di affermare che un’altro “sistema” un’altro mondo E’ POSSIBILE!!!

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