Un discorso classista

Pubblichiamo questa presa di posizione del PRC provinciale che esprime alcune considerazioni importanti rispetto al discorso di fine anno del Presidente Napolitano.
La Redazione

L’analisi sulla situazione italiana espressa nel discorso di fine anno da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci vede in totale disaccordo. Ancora una volta, il Presidente si fa portavoce consapevole delle raccomandazioni che la Banca Centrale Europea ha imposto ai governanti italiani per gestire l’attuale crisi.
Il discorso non lascia spazio ad interpretazioni ed anche i più affezionati all’idea che egli rappresenti gli interessi di tutti i cittadini dovranno ricredersi: tutto il contenuto del messaggio è organico alla difesa del modello ultra liberista voluto dai potentati internazionali e dalle banche, cioè del modello economico che ha causato la crisi e per guarire da questa si prescrive una cura dolorosissima pagata interamente dai ceti sociali deboli (come sempre) e dai vecchi ceti medi che hanno avuto un inarrestabile processo di proletarizzazione, mentre si mandano solo parole di richiamo ad un comportamento più responsabile al padronato e ai partiti conservatori e riformisti, cioè a chi ha tirato le fila del capitalismo.
Ai lavoratori, ai giovani e ai pensionati il Presidente lancia un improbabile invito all’ottimismo perché per uscire dalla crisi è importante agire con spirito innovativo ma anche di sacrificio. Ma chi ha subito finora i sacrifici se non i lavoratori, i giovani e i pensionati? Certamente non è stato usato il bastone con Confindustria.
Nonostante ci stiamo avvicinando sempre più alla Grecia possiamo beneficiare, secondo Napolitano, di un’economia solida che, sembra per caso, ha trovato sfortunatamente sulla sua strada la crisi capitalistica mentre ne è stata una componente di peso.
E’ quindi ineludibile, o meglio dovuto, sacrificarsi: per salvare l’Italia – per salvare gli interessi del capitalismo italiano ed internazionale diciamo noi – c’è bisogno di portare avanti la ristrutturazione del debito pubblico e la diminuzione della spesa pubblica corrente attraverso la liberalizzazione dei servizi pubblici.
Napolitano dimentica di ricordare agli italiani che l’85% del debito pubblico è in mano a padronato, banche, assicurazioni e fondi di investimento che speculano e che continuano a speculare e che la spesa corrente serve per garantire l’erogazione di servizi indispensabili come tutela del territorio, dell’ambiente, sanità, istruzione, ammortizzatori sociali e pensioni.
Il Presidente usa il bastone contro la forza lavoro anche in materia pensionistica: le pensioni degli italiani erano talmente alte da prosciugare le casse pubbliche che non potevano quindi garantire ammortizzatori sociali adeguati alle successive generazioni e quindi era doveroso correre ai ripari ed introdurre il sistema contributivo per tutti a partire dal 2012. Questa è una clamorosa bugia: l’INPS sono diversi anni che è in attivo (+27 miliardi di euro nel 2010) e l’unica nota negativa dipende dal pagamento delle pensioni d’oro che noi vorremmo con un tetto massimo di 5 mila euro.
Che pensiero gentile Presidente! Napolitano invita i lavoratori ad essere più produttivi perché è il mondo che è cambiato ed ora ci troviamo a competere con la Cina e per questo c’è bisogno che le organizzazioni sindacali si comportino responsabilmente nell’interesse del paese ovvero dei capitalisti che hanno interessi in Italia. Napolitano ringrazia poi i militari italiani che sono all’estero nelle cosiddette missioni di pace.
In sintesi quindi il discorso di Napolitano è l’agenda di impegni che i deboli dovranno subire in futuro.
A questo scenario noi ci opponiamo: i lavoratori, i pensionati, i disoccupati, i precari,i giovani devono riorganizzarsi per difendersi dall’attacco di questo modello sociale e politico. Opponiamoci ai vari patti di stabilità e ai diktat e portiamo le risorse che vengono utilizzate per le spese inutili come la Tav e le spese di guerra per finanziare la spesa pubblica, rilanciare lo stato come produttore di beni e rilanciare i servizi di cui abbisogniamo.
Il capitalismo per riprendersi ha due strade: l’assoggettamento completo dei ceti deboli o la guerra per determinare nuovi equilibri di potere. Per svincolarci da questo modello dobbiamo ottenere una diversa redistribuzione della ricchezza per combattere la recessione che ci sta mettendo in ginocchio e rilanciare la produzione pubblica, utile se sotto il controllo dei lavoratori.

Partito della Rifondazione Comunista Federazione del Trentino

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