Malga Zonta: No retorica, chiudere casapound

MalgazontaMalga Zonta 2014 gli antifascisti chiedono la chiusura di Casapound.
Ieri alle commemorazioni dell’eccidio di 14 partigiani e tre malgari avvenuto il 12 agosto del 1944 a Malga Zonta per mano dei nazifascisti era presente anche un gruppo di trentini dietro lo striscione di “Lavoratori antifascisti: chiudere Casapound, No al razzismo”.
I partigiani appartenevano alla divisione garibaldina “Ateo Garemi” e l’episodio storico si inserisce nel disperato tentativo dei nazifascisti di arginare il movimento di resistenza partigiana, soprattutto veneto, in queste zone dopo l’8 settembre del 43.
In quei mesi vengono messi in atto rastrellamenti su vasta scala in tutte le zone dove è presente la resistenza partigiana anche con il fine di terrorizzare le popolazioni civili e ostacolare eventuali reti di sostegno e solidarietà con il movimento partigiano. Per compiere i rastrellamenti è però indispensabile un uso massiccio di persone che conoscano bene i luoghi e si prestino più o meno consapevolmente a servire l’occupante ed il suo servo fascista e infatti i nazisti fecero ampio uso di collaborazionisti stipendiati e non.
Oggi, accanto ai trentini, si sono collocati i giovani antifascisti di Schio, compagni veneti del PCL, alcuni di rifondazione comunista e altri antifascisti.
Nel servizio dedicato a Malga Zonta il tg3 regionale ha riportato la notizia con video dello striscione e la frase “presente anche un gruppo di antifascisti che al grido di ora e per sempre resistenza chiedevano la chiusura della sede di Casa Pound di Trento”.
Oggi più che mai anche in Trentino Alto Adige-Sudtirolo è necessario lottare contro un clima preoccupante che si sta affermando e che vede un “abituarsi”, un “accettare” o nelle migliori ipotesi un “sopportare benevolmente” la presenza di organizzazioni fasciste che vengono considerate alla stregua di un qualsiasi altro gruppo di cittadini che si mobilita su questo o quel tema di “interesse sociale” come potrebbe essere il “degrado” che affliggerebbe Trento oppure “l’immigrazione” o ancora “i diritti” degli italiani a Bolzano o il “sostegno” a “popolazioni in difficoltà” o qualsiasi altra cosa i fascisti utilizzino assumendo varie sembianze per perseguire i loro secondi infami scopi.
Perciò oggi abbiamo voluto onorare questi partigiani garibaldini ribadendo pubblicamente che per difendere realmente la resistenza partigiana è necessario anche praticare un antifascismo militante e coerente tutti i giorni alzando la testa e, quando serve, anche la voce!

Giorgio, aderente a “Lavoratori Antifascisti”

4 commenti

  • Federico

    Compagni vi comunico che la nostra presenza è stata ricordata dal regionale con video dello striscione e la frase “presente anche un gruppo di antifascisti che al grido di ora e per sempre resistenza chiedevano la chiusura della sede di Casa Pound di Trento”.

  • Gianni Sartori

    Un contributo al laicismo in chiave antifascista, ciao
    GS

    “GUERRE SANTE” (da bin Laden a Anders Behring Breivik) e possibili sbocchi reazionari della crisi europea.
    (Gianni Sartori – 2012)
    La sua personale “guerra santa” Osama bin Laden l’aveva dichiarata ancora nel 1998, prima degli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania e molto prima di quello del 2001 (11 settembre). Dalla lettura della fatwa si poteva comprendere che i futuri atti di violenza terroristica venivano considerati come “risposte ad una dichiarazione di guerra contro Dio, il Suo messaggero e i musulmani”. Si riferiva, ovviamente, alle operazioni militari degli Usa in Medio Oriente. Quella di bin Laden non è stata l’unica dichiarazione di guerra proclamata da attivisti che dicono di ispirarsi alla religione. In genere si pensa a figure del mondo islamico come lo sceicco Ahmed Yassin e Abdul Aziz Rantisi, rispettivamente fondatore e leader politico di Hamas, entrambi uccisi dai servizi segreti israeliani. Ma esempi di “terroristi in nome di Dio” (come li definisce la traduzione italiana del libro di Mark Juergensmeyer) non mancano tra i sikh del Punjab (attentato all’aereo dell’Air India nel 1985), gli induisti (la Rashtriya Swayamsevak Sangh negli anni venti in India, in parte le Tigri tamil nello Sri Lanka) o perfino i buddisti. Shoko Asahara, leader della setta Aum Shinrikyo responsabile dell’attentato con gas nervino alla metropolitana di Tokio nel 1996, rappresenta sicuramente un caso limite, ma suggerisce che nemmeno la dottrina dell’ahimsa rende del tutto immuni (una conferma che nessuna religione è intrinsecamente “buona” è venuta dal genocidio compiuto pochi anni fa dai buddisti cingalesi ai danni dei tamil). Anche molti esponenti di quella che viene definita “destra ebraica” si consideravano attivisti religiosi. Personaggi come Baruch Goldestein (autore del sanguinario attacco alla Tomba dei Patriarchi nel 1994 a Hebron), Yoel Lerner e il rabbino Meir Kahane, ammazzato nel 1990. Yigal Amir, responsabile dell’uccisione del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, sostenne di essere stato influenzato dalle opinioni espresse da alcuni rabbini. Il suo gesto veniva “legittimato dal decreto del persecutore” che obbliga moralmente un ebreo a fermare chi rappresenta un “pericolo mortale” per il suo popolo. La colpa di Rabin era di aver negoziato con l’Olp di Arafat.
    E i cristiani? Probabilmente si sentivano profondamente tali alcuni seguaci di Ian Paisley che militavano nei gruppi paramilitari filoinglesi in Irlanda del Nord (Ulster freedom fighters, Ulster protestant volunteers, Ulster protestant action group, Ulster volunteer force…), responsabili di numerosi omicidi settari nei confronti della popolazione cattolica. Diverso, va detto, l’atteggiamento della maggior parte dei militanti repubblicani. Questi ultimi, pur altrettanto violenti, erano in genere molto più “laici”, non settari (in genere colpivano soltanto protestanti legati alle milizie lealiste o alla polizia filobritannica).
    Alcuni significativi esempi di terrorismo cristiano li troviamo negli Stati Uniti, tra organizzazioni e milizie di destra come Christian Identity, Christian Army of God, Michigan Militia (a cui era legato l’autore della strage del 1995 di Oklahoma City, Timoty McVeigh), Posse Comitatus, Aryan Nations.
    Militanti fanatici formatisi tra le interpretazioni dei testi biblici opera di Hal Lindsey (The Late Great Planet Earth e The Promise of Bible Prophecy) e la lettura di testi razzisti, dall’apocrifo I protocolli dei savi di Sion al romanzo fantapolitico di William Pierce The Turner Diaries, oltre a numerosi bollettini propagandistici antigovernativi come Spotlight o Patriot Report, infarciti di teorie della cospirazione e di antisemitismo. O guardando e riguardando The Big Lie (il video prodotto da Linda Thompson sul mortale assalto contro i Branch Davidians a Waco) durante le pause dell’addestramento paramilitare in campi comunitari come The Covenant, the Sworrd and the Arm of the Lord, in Arkansas. Anche il norvegese reo-confesso della strage di Utoya, Anders Behring Breivik, ossessionato dall’immigrazione e dal multiculturalismo, venne definito dai media “cristiano fondamentalista”. Con alle spalle una militanza nel FramstegsPartiet (Partito del Progresso), si trovava molto probabilmente sulla stessa lunghezza d’onda dei gruppi suprematisti statunitensi e non è da escludere che proprio gli esempi di oltre oceano lo abbiano suggestionato. La tecnica con cui aveva preparato l’auto-bomba è simile a quella utilizzata da McVeigh contro un edificio federale a Oklahoma City (quasi duecento vittime) mentre l’attacco al campeggio dei giovani laburisti evocava i ricorrenti massacri di studenti nelle università degli Usa, in particolare quello di Columbine. Se la “teoria dell’imbuto” (utilizzata da Joel Dyer, autore di “Harvest of Rage”, per spiegare l’incremento di azioni terroristiche compiute dalle milizie statunitensi) non vale solo per gli Usa, ma anche per la vecchia Europa sarebbe il caso di preoccuparsi. Da molti anni stiamo assistendo al diffondersi di una estrema destra razzista (spesso antisemita) che non esita nel richiamarsi apertamente al fascismo e al nazismo.
    In Norvegia il FramstegsPartiet (FrP), tanto xenofobo quanto neoliberista, con il 22,9% dei voti è diventato la seconda forza politica del Paese. Altrettanto a destra, il partito conservatore Hoyre. In Svezia la Sverigedemokraterna (Democrazia svedese, erede di un movimento filonazista) di Jimmi Aakesson, con il 5,7% dei voti aveva superato lo sbarramento entrando in Parlamento con 20 seggi. Varie formazioni neonaziste sono presenti a Stoccolma, Goteborg e Uppsala. Tra queste la Vitt Ariskit Motstand (“Resistenza Bianca Ariana”) che usa la runa “dente di lupo”, il “nodo di rune” utilizzato negli anni settanta da Terza Posizione e più recentemente da alcuni gruppi ucraini e polacchi. Durante la seconda Guerra mondiale designava la Das Reich, divisione SS responsabile di eccidi come quello del 1944 a Oradour-sur-Glane (oltre 650 morti accertati, in maggioranza donne e bambini.
    In Finlandia i voti a favore del partito Perussuomalaiset (Veri Finnici) arrivano quasi al 20% (con una quarantina di seggi). Non a caso Anders Behring Breivik aveva inviato il testo del suo memoriale ad un parlamentare di Perussuomalaiset. Ancora nel 2007 il Dansk Folkparti (Partito del popolo danese) con il 13,8% dei voti aveva conquistato 25 seggi nel Folketing (parlamento danese) diventando la terza forza politica del Paese, indispensabile per l’appoggio esterno al governo conservatore. Analogamente in Olanda una coalizione di centrodestra ha governato con l’appoggio esterno del Partij voor de Vrijheid. Il “Partito per la libertà”, guidato da Gert Wilders, nel 2010 aveva ottenuto 24 seggi con il 15,5% dei voti. In Austria il Fpo, guidato da Heinz-Christian Strache, era arrivato al 27% nel 2010 (municipali di Vienna). In Svizzera il Partito del popolo, di destra, è arrivato al 28,9%. In Francia, già nelle amministrative del 2010 il Fronte Nazionale di Marine Le Pen aveva guadagnato il 15% al primo turno per poi fermarsi al 12% al secondo. Dopo i buoni risultati già ottenuti nelle presidenziali francesi nel 2012, la figlia del fondatore del Fronte Nazionale appariva destinata a qualificarsi ulteriormente. Sempre in Francia, alla destra del FN proliferano i gruppi cosiddetti “identitari” che recuperano in chiave strumentale tematiche spesso “trascurate” (eufemismo) come l’autodeterminazione dei popoli (gruppi identitari sono sorti sia in Bretagna che in Occitania, sicuramente più difficile con i baschi di Iparralde…), l’ecologia e la giustizia sociale. In Italia, le principali formazioni di estrema destra tricolori rimangono Casapound (i cui militanti in genere votavano per il Pdl) e Forza Nuova (citata nel memoriale di Anders Behring Breivik). Stessa musica nell’est dell’Europa. Aumenta sia il numero dei sostenitori di Jobbik in Ungheria (16,7%) che del partito della Grande Romania (8,66%) e di Atika in Bulgaria. Alimentate dalla crisi economica, le proposte politiche delle destre europee in difesa delle identità nazionali (ma a scapito delle minoranze, ca va sans dire) e di contrasto all’immigrazione (strumentalizzando le paure diffuse tra gli strati popolari, i più esposti alle contraddizioni della globalizzazione) trovano un terreno fertile. Una situazione preoccupante che ricorda fin troppo un film già visto, la Germania degli anni venti e trenta.
    Tutta colpa delle religioni? In parte, almeno. Sicuramente contribuiscono ad alimentare le derive irrazionali e totalitarie. Sia con la sacralizzazione della morte (è un fatto che molti fascisti sono sostanzialmente dei necrofili) che con il culto delle gerarchie (una caratteristica comune di quasi tutte le religioni, in particolare di quelle monoteiste). Non sarà un antidoto universale (esiste anche un totalitarismo di matrice laica), ma sicuramente un poco di sano ateismo ogni tanto non guasterebbe.
    Gianni Sartori (2012)

  • Gianni Sartori

    Un episodio quasi contemporaneo a Malga Zonta, per ricordare cos’era (e cos’è) il nazifascismo, ciao
    GS

    1944-2014: a settanta anni di distanza, un ricordo di
    SARA CHE NON VOLEVA MORIRE…

    (Gianni Sartori)

    Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…
    Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
    Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.
    Il tragitto dei 43 Ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto.
    Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri di Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
    Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e, questo l’ho saputo solo recentemente, venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
    In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
    In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
    Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.
    La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.
    Gianni Sartori (settembre 2014)

  • Gianni Sartori

    8 giugno 1944 – 8 giugno 2014: settantesimo anniversario della strage fascista di Grancona
    Alla fine di marzo, a 89 anni, è morto il partigiano Giuseppe Sartori, fratello di una delle vittime e custode della memoria dei Sette Martiri di Grancona
    (Gianni Sartori)
    Con la scomparsa del compagno Giuseppe Sartori, se ne va anche un depositario della memoria storica della Resistenza sui Colli Berici. Cade quest’anno il settantesimo anniversario della “sera del Corpus Domini” (8 giugno 1944). Purtroppo quest’anno “Beppino” non ha presenziato alla tradizionale cerimonia di Pederiva di Grancona in ricordo dell’eccidio.
    L’ultima volta lo avevo incontrato (una domenica 28 maggio di qualche anno fa) quando oltre 300 persone avevano sfilato per le vie del paese fino al luogo dell’eccidio. Era presente anche una folta delegazione toscana proveniente da Prato. Città simbolo della Resistenza, Prato aveva dedicato una via ai Sette Martiri di Grancona e quel giorno era stata ricambiata. Prima del corteo i rispettivi sindaci avevano infatti inaugurato una nuova via “Città di Prato”, di fronte alla locale sezione degli Alpini che avevano contribuito alla buona riuscita dell’iniziativa. Nel corteo, tra i labari dei Comuni e i tricolori, si notava anche qualche bandiera arcobaleno della Pace e la storica bandiera rossa con falce e martello portata dal compagno Arnaldo Cestaro. In prima fila, come ad ogni ricorrenza, Giuseppe Sartori, fratello di Ermenegildo, uno degli assassinati. Dal dopoguerra fino alla fine dei suoi giorni “Beppino”, classe 1925, si era prodigato con grande dignità per mantenere vivo il ricordo di questi avvenimenti, insieme ai valori della Resistenza. Promotore di decine di iniziative pubbliche, aveva istituito varie sezione dell’Anpi. Nel 1996, insieme all’Anpi di Grancona, aveva pubblicato un bel libro (“La sera del Corpus Domini – memorie sull’eccidio dei Sette Martiri”) e in seguito realizzato un video in collaborazione con insegnanti e studenti delle scuole medie (premiatoalla quarta edizione del “Sottodiciotto Film Festival” di Torino). Lungo il percorso della ormai lontana manifestazione numerosi striscioni ricordavano il sacrificio dei “Combattenti per la Libertà” contro il nazifascismo. Molto suggestiva la cerimonia davanti al monumento dove erano state deposte alcune corone. Da ognuno dei maestosi cipressi pendeva un tricolore con il volto dei sette giovani assassinati: Raffaele Bertesina, Silvio Bertoldo, Attilio Mattiello, Guerrino Rossi, Ermenegildo Sartori, Mario Spoladore, Ernesto Zanellato. Il corteo si era poi avviato verso la chiesetta, sfilacciandosi lungo una stradina, in mezzo al grano ancora verde, con le colline sullo sfondo. Dopo la messa al campo e i canti del Coro Val Liona (“Bella ciao”, “Signore delle cime”…), Giuseppe Pupillo aveva tenuto il discorso ufficiale, sottolineando come la Resistenza abbia rappresentato il riscatto dell’Italia di fronte alla comunità internazionale dopo gli anni di complicità con la Germania nazista. Quel giorno a Giuseppe Sartori avevo chiesto di rievocare brevemente i fatti del tragico 8 giugno 1944. Dopo un primo incontro con sedicenti partigiani dell’Altopiano (in realtà fascisti che cercavano di eliminare sul nascere la resistenza nei Colli Berici) si era concordato che “un gruppo di giovani della Val Liona avrebbe dovuto raggiungere i monti per integrarsi nella Resistenza dell’Alto Vicentino”. L’incontro stabilito era “per le ore 21 dell’8 giugno presso la Chiesetta di S. Antonio delle Acque”. Anche “Beppino” avrebbe dovuto partecipare ma il fratello Ermenegildo lo “scongiurò di restare con i genitori perché altri due fratelli erano al momento prigionieri, uno in Africa e uno in Germania*”. In realtà “l’appuntamento era una trappola”.I sette giovani, che erano disarmati, vennero “prima torturati e poi assassinati”. Sul corpo del fratello contò “almeno 27 fori di proiettile”. In base alla testimonianza di Silvio Bertoldo (l’unico ad essere ritrovato ancora vivo e poi spirato all’ospedale di Montecchio Maggiore) si è potuto stabilire che “i sette giovani vennero legati fra loro con del filo di ferro” e che “le torture durarono quasi due ore”. Poi “vennero trascinati giù nella strada principale, allineati sotto il muro della rampa di carico del laboratorio di pietre dei fratelli Peotta e finiti con scariche di mitra”. Sartori ricorda di aver sentito “alle ore 22 e 55 del mio orologio, la sparatoria di quella esecuzione” mentre insieme ad Antonio Giacon si stavo avvicinando alla chiesetta, preoccupato perché nel frattempo in paese “era corsa voce che l’appuntamento fosse in realtà un inganno”. La storia registra un ultimo atto di pietà quando “tra le quattro e le cinque del mattino passò sul luogo dell’esecuzione un carrettiere che diede un sorso di vino a uno ancora in vita che chiedeva da bere”. Subito dopo spirò e il carrettiere “fuggì terrorizzato da quel luogo di morte”.Lo scempio dei corpi martoriati che si presentò ai primi abitanti della zona era indescrivibile. Tanto che in seguito la chiesa stessa venne sconsacrata per la gravità dell’evento. Alcuni storici hanno ipotizzato che nella barbara esecuzione dei sette giovani avesse avuto un ruolo la famigerata banda Carità. Dopo la guerra Giuseppe Sartori emigrò per lavoro in Lombardia e Svizzera, fu operaio alle acciaierie Falck e rappresentante sindacale. Ritornato in Veneto aveva fondato un laboratorio per la lavorazione della pietra.
    Quest’anno la manifestazione in memoria dei sette martiri si è svolta proprio nel giorno della strage (domenica 8 giugno a Pederiva di Grancona). Al corteo che ha percorso il paese fino al monumento hanno partecipato molti giovani antifascisti sia del Basso che dell’Alto Vicentino. “Beppino” ne sarebbe stato contento.
    Gianni Sartori
    *nda il fratello Olimpio deportato in Germania morì durante la prigionia

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