Le contraddizioni del festival dell’austerity

La situazione economica e sociale del nostro paese e quella di gran parte dell’ Europa è ai livelli di guardia, gli effetti di un modello “tossico” centrato sulla finanza e la speculazione che ci hanno portato in crisi e si fanno sentire in maniera violenta soprattutto sulle classi meno abbienti.
Nel nostro paese in particolare negli ultimi decenni, la disuguaglianza è aumentata e la concentrazione della ricchezza si è spostata sempre di più verso l’alto. Le logiche e le prospettive teoriche dentro cui, quasi un decennio fa, era stato pensato il festival dell’ Economia sono clamorosamente fallite.
Questa crisi dimostra chiaramente che il mercato non può autoregolarsi, che la ricchezza virtuale figlia del modello neoliberista non ricade sui meno abbienti. L’ effetto dello sgocciolamento si è tramutato in un “prosciugamento” dei diritti e delle possibilità di un futuro per molti soggetti che vivono la società europea. Questa recessione collettiva, sta sgretolando il concetto di ceto medio, insomma dopo trent’ anni di neoliberismo in Europa e anche negli Stati Uniti, in molti individui si ritrovano ai limiti dell’indigenza. Di conseguenza il taglio che quest’anno è stato dato al festival stride con la realtà quotidiana che giovani e meno giovani vivono sulla loro pelle nel nostro paese e che comincia a farsi strada, in modo preoccupante, anche qui in Trentino.
L’assise di premi Nobel e di “tecnici” chiamata a raccolta e messa al centro di Festival ( troppo bocconiano) mi pare il segno della volontà di non voler ammettere quello che movimenti e pensatori alternativi pronosticavano da decenni: la non sostenibilità del modello economico dominante. Così di un momento che poteva essere una fucina per sguardi alternativi sul futuro dell’Europa, rimane solo un ritrovo dei poteri forti e di quelle classi dirigenti che fanno finta di non vedere la realtà e continuano a invocare il mantra della crescita, non accorgendosi che forse siamo arrivati al limite. Le politiche di austerity e rigore invocate posso farci correre il rischio di entrare definitivamente nel baratro scavato dai titoli tossici e dalla finanza creativa degli ultimi decenni, andata troppo di moda in quest’ Europa della moneta unica.
Era logico che la presenza in città di un governo che ha commissariato il nostro parlamento, già bloccato e in avaria da tempo, avrebbe portato proteste. Ma come biasimare chi protesta: che sia un giovane senza prospettive o un lavoratore che si è visto spostare il traguardo della pensione dopo anni di duro lavoro.
Questo governo tecnico, invocato come il “deus ex machina” della situazione per ora non sta effettivamente cambiando rotta e non ha mostrato le discontinuità tanto invocate rispetto alla disastrosa esperienza berlusconiana. Quindi ben vengano critiche e contestazioni pur che parlino e agiscano dentro il metodo della non violenza.
La democrazia quella reale, è da sempre un metodo in cui si confrontano punti di vista opposti in maniera anche aspra, l’importante è non far mai diventare la controparte un nemico da abbattere.
Pierre Bourdieu sostiene ,il padre della sociologia critica francese, sostiene che “la politica è nata quando qualcuno ha alzato la mano e ha detto: “No, scusate ma io ho un’altra idea” credo quindi che chi protesterà in maniera non violenta il 2 giugno, farà un sacrosanto richiamo a una politica troppo attenta a rispettare il consenso dei mercati ma molto distante dai bisogni delle persone e da un modello economico solidale e sostenibile.
Jacopo Zannini

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