Verso il terzo Statuto dell’Autonomia Trentina

autonomia1Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Elio Bonfanti sul nuovo Statuto di Autonomia e la riforma Costituzionale.
La redazione
E’ innegabile che il testo finale votato oggi dal Senato della “Riforma Costituzionale” costituisce un passo avanti significativo per l’Autonomia trentina e sud tirolese.

Il passaggio dall’obbligo per le Autonomie di “adeguare” i propri Statuti ai contenuti della Riforma Costituzionale, come prevedeva il testo licenziato alla Camera dei Deputati, ad una norma di salvaguardia che sostanzialmente lascia alle Autonomie Speciali come riferimento la attuale legislazione nazionale di riferimento, in attesa della “revisione” degli Statuti di Autonomia, modifica in maniera sostanziale il punto di partenza verso la riscrittura dello Statuto di Autonomia, il famoso III° Statuto.
Almeno sulla carta (ma in questo caso si tratta di “carta pesante”come sono appunto le Costituzioni) il Trentino ed il Sud Tirolo sono sottratti a quel neo centralismo pesante che percorre tutto il Titolo V della “riformata” Costituzione della Repubblica. Un neo centralismo che appare in forte contrasto con lo spirito della Costituzione come licenziata dai padri costituenti e che fa piazza pulita del regionalismo italiano.
Il testo approvato al Senato (confermando in questo l’orientamento della Camera dei Deputati) azzera le competenze delle Regioni che erano state fortemente ampliate neppure quindici anni fa con la revisione costituzionale del 2001, tanto da renderle quasi degli enti inutili, svuotati delle proprie funzioni. Nel futuro le competenze delle Regioni ordinarie saranno definite regione per regione sulla base di leggi ordinarie dello Stato ed avranno comunque natura di competenza secondaria e concorrente, mai di diretta attribuzione di poteri ovvero di competenza primaria.
Un passo indietro pesantissimo che mette in evidenza una concezione dello Stato fortemente accentrata e conseguentemente autoritaria, dove regioni e comuni sono enti a cui delegare competenze e non più come era fin dal 1945, luoghi depositari di competenze e di funzioni.
In altre parole si tratta di un pesantissimo spostamento verso l’alto dei centri di potere e di decisione, una scelta in direzione contraria a qualsiasi cultura di autogoverno dei cittadini e dei territori, la sanzione della totale primazia dello Stato come depositario di tutte le competenze ed i poteri reali, a scapito di tutti gli altri istituti istituzionali.
Fa ovviamente piacere che le Autonomie speciali siano riuscite ad evitare per ora una simile fine, ma nel contempo è bene capire esattamente come sia potuto succedere e quali saranno le prospettive future.
Sicuramente a “salvarci”, per il momento, è stata la debolezza del Governo Renzi, che al Senato nella prospettiva di un non voto della “riforma costituzionale” da parte della minoranza del PD, aveva bisogno di tutti i voti possibili e quindi anche di quelli che non sono al Governo, come la SVP e della compattezza di delegazioni regionali, come quella trentina e sudtirolese, non proprio convinte delle disposizioni del nuovo Titolo V° della Costituzione.
Siamo salvi insomma in primis per una situazione tattica a noi favorevole, che ha impedito di includere anche le Autonomie Speciali fra le Regioni da ridimensionare e da marginalizzare.
Che questa sia la giusta lettura dell’accaduto è del resto confermato dalla contestuale votazione ed approvazione in Senato dell’ordine del giorno proposto da un senatore del PD, che invita il Governo ad andare verso la riduzione del numero delle Regioni Italiana ( da 20 a 12) e che in questo quadro prevede per il Trentino Alto Adige l’inclusione forzata in una nuova regione significativamente denominata “Triveneto”.
E’ sapendo questo, conoscendo la volontà maggioritaria nei partiti di Governo, ma anche di opposizioni (Lega e Forza Italia sono da sempre contro le autonomie speciali e le posizioni di Zaia parlano chiaro!) che dobbiamo apprestarci alla redazione del nuovo statuto di autonomia, il famoso III° Statuto.
Dobbiamo insomma avere chiaro che ci apprestiamo ad una revisione dello Statuto confrontandoci con forze e soggettività politiche che hanno una concezione dello Stato abissalmente distante ed inconciliabile con una vera cultura autonomista e che il confronto sarà molto teso. Purtroppo però mi pare che oggi non ci sia spazio per rimandare la revisione dello Statuto a “tempi migliori” e che una scelta di questo tipo rischia azioni unilaterali da parte del centralismo statale o revanscimi da parte di alcune di alcune delle Regioni che sono state depauperate delle loro competenze e delle loro funzioni.
E’ proprio perchè il futuro per le Autonomie non sarà facile che è nel contempo necessario avere chiaro l’orizzonte entro cui si colloca, in altre parole la cornice, della nostra autonomia.
Dico subito che mi convincono assai poco le proposte contenute nel nostro dibattito provinciale ed i leit motiv che sostanzierebbero la nostra autonomia e ci darebbero la forza di difenderla e di ampliarla.
Quella che sembra prevalere è una strategia fatta di insabbiamento, di rapporti bilaterali e di amicizia con questo o quel esponente di governo, di “buone relazioni”, motivate dall’assunto che teorizza che a giustificare la nostra Autonomia sarebbe il fatto che “per come governiamo ce la meritiamo”, e che è questo il nostro elemento di forza.
Continuare su questa strada credo sia non solo perdente ma politicamente e culturalmente inopportuno.
In discussione infatti non è il “buon governo”, quella semmai è la precondizione di qualsiasi forma di organizzazione dello stato. Senza peraltro considerare che affermare che noi siamo virtuosi mentre altri (le altre regioni) hanno bisogno di uno Stato che li controlla, mi pare un argomento sul quale è assai difficile raccogliere vasto consenso.
Mi pare evidente invece che lo scontro è fra due diverse concezioni dello Stato. E noi dobbiamo essere invece in grado di spiegare e convincere che una concezione autonomista dello Stato è la condizione istituzionale migliore per favorire lo sviluppo dei territori , che esiste un nesso fra democrazia e sviluppo economico e sociale, fra forme di governo dei territori e autogoverno popolare. In altre parole che l’ Autonomia è il modo per far contare di più gli ultimi e le classi sociali subalterne, in quanto sposta verso il basso il potere ed i luoghi della decisione e ne permette il controllo diffuso.
La discussione sul III° Statuto deve quindi essere l’occasione per spiegare e costruire alleanze con le altre regioni e gli altri territori, proponendo una concezione dello Stato dove tutte le regioni diventano autonome, nel quadro di quel federalismo europeo di cui si parla nel Manifesto di Ventotene e per il quale si sono battuti Manci e Pasi come testimoniano i testi del CLN Trentino. Spetta insomma a noi prendere in mano la bandiera del regionalismo italiano, chiarendo che non c’è alcuna diretta relazione fra la organizzazione autonomista dello stato e la corruzione che ha travolto molte delle regioni italiane e che a ben guardare all’origine di quella corruzione sta quella cultura delle grandi ed inutili opere tanto cara proprio a coloro che oggi guidano e danno vita alle politiche neocentraliste. Dicendo chiaro e netto che buttare via il regionalismo per contrastare la corruzione equivale a gettare via il bambino con l’acqua sporca.
Dobbiamo pensare all’Autonomia non come un privilegio da dare ai buoni, ma come ad una forma avanzata di autogoverno popolare. Solo una concezione di questo tipo infatti è in grado di dare attuazione piena ad uno dei pilastri, dei valori, della nostra Carta Costituzionale, quella uguaglianza contenuta nell’articolo 3 della Costituzione e nel contempo di essere unitaria prospettiva per le Regioni italiane.
Bisogna dire insomma in modo chiaro e netto che siamo per un Italia regionalista (sarebbe più corretto dire federalista ma questo termine è stato abbondantemente screditato dalla Lega) in una Europa federale.
Il secondo leit motiv che non convince è quello che lega l’autonomia e le sue prospettive alla pura dimensione storica ed etnica. In realtà è questa la strada per isolare l’autonomia e per far prevalere dimensioni nostalgiche e revansciste.
Mantenere un rapporto strettissimo con il Sud Tirolo sarà uno degli elementi essenziali da preservare e da valorizzare come è necessario capire che la rottura su molti temi ( a cominciare dai due sistemi elettorali in una regione unica!) fra Trentino e Sud Tirolo avvenuta nel passato ha favorito la venetizzazione del Trentino ed ha impoverito l’Autonomia dal punto di vista della sperimentazione politica che ha conosciuto invece esempi interessanti in Sud Tirolo. Detto questo però va chiarito che l’orizzonte culturale e la proposta concreta di Autonomia regionale non sia costruita sulla nostalgia del Grande e Vecchio Titolo o sull’Euregio che ne è la conseguenza istituzionale. La leva culturale di questa relazione va costruita invece in chiave moderna ed europea e la proposta in avanti, che fa fare a tutti un salto di qualità ,è quella che pensa alla Euro Regione Autonoma delle Alpi e delle Dolomiti, fondata sulla valorizzazione e la difesa della biodiversità e della montagna. Una proposta transnazionale dalla Engadina alla Slovenia e che comprende i territori alpini del Veneto oltre al Trentino ed il Friuli, il Tirolo e la Carinzia.
Infine non abbiamo certo bisogno e servono davvero a poco (al di la di quello che si vuol far credere)sul piano della difesa della Autonomia, mentre sono nefaste sul piano pratico, a cominciare da quello ambientale, le politiche di “cerchiobottismo” di cui è portatrice la attuale Giunta Provinciale, che appare sempre più come la lunga mano del Governo Nazionale sul nostro territorio. Una politica che è più orientata alla difesa degli interessi della classi dirigenti trentine che dotata di prospettive culturali e strategiche di qualità.
Le scelte in ordine alla realizzazione della Valdastico o quelle sulle politiche commerciali fatte di nuove e grandi superfici di vendita (leggi centri commerciali), dell’Alta Velocità, di project financing infarciti di corruzione, della tutela della rendita urbana e speculativa: la venetizzazione del Trentino di cui Rossi è il nuovo protagonista attraverso la messa a valore dei territori e la privatizzazione dei beni comuni, sono tutto fuorché una politica autonomista di qualità e davvero non ampliano il consenso e la simpatia verso il Trentino
C’è bisogno di una proposta di III° Statuto dove la Sinistra Trentina ed i suoi contenuti siano protagonisti, trasformando quella occasione nel luogo in cui mettere a punto proposte e dare concretezza a sogni, prospettive strategiche ed obbiettivi concreti. E’ l’occasione per dare vita davvero a quel modo di “pensare globalmente ed agire localmente” che Alex Langer ci ha lasciato in eredità, per provare ad immaginare un Trentino diverso e possibile.
E’ un treno che non possiamo perdere…pena la condanna alla marginalità per un lunghissimo tempo.

Per Sinistra e Lavoro
Elio Bonfanti

 

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