Venaus: le proposte per l’autunno

venausHo partecipato alle due assemblee organizzate nei giorni 16 e 17 luglio al presidio di Venaus dove le varie esperienze di lotta sociale presenti nei territori si sono confrontate sulla situazione politica italiana, sul ruolo dell’Europa, dell’austerità e sulle conseguenze delle politiche neo liberiste e della finanza speculativa che sono alla base delle grandi opere e delle devastazioni sociali e territoriali.
Forte è stata la critica al renzismo ed alle politiche del suo governo: jobs act, buona scuola, precarizzazione sociale del lavoro, privatizzazione dei beni comuni, della salute e dell’ambiente, contro l’abbandono del trasporto locale puntando all’alta velocità.
Puntare ad unificare le varie esperienze sindacali di base, i movimenti e le varie esperienze di lotta – come quella per la casa – presenti sul territorio è stato il filo conduttore della due giorni che è riuscita a trovare un momento di sintesi ed un percorso unitario per proseguire la lotta in questa fase difficile dove la repressione sembra essere l’unica risposta del potere.
Forte è stata la solidarietà ai compagni e compagne No tav che sono stati raggiunti da misure cautelari rei soltanto di aver lottato per la difesa del territorio e dell’ambiente che i fautori dell’opera Torino Lione vogliono distruggere.
Le politiche repressive sono l’arrogante risposta di un governo e di una magistratura che non fermerà la nostra lotta in difesa dei diritti e della nostra terra.
Ezio Casagranda
Di seguito il comunicato finale della due giorni in Valsusa:
Una ricca due giorni di discussione si è appena conclusa in Val di Susa su appello del movimento No Tav.
Da qui siamo partiti, perché qui c’è una lotta in grado di indicare una via praticabile da tutti nelle reciproche differenze.
Tanti territori in lotta, comitati, collettivi studenteschi e sindacati si sono incontrati, convergendo sull’analisi di come il referendum costituzionale sia un’opportunità per far accrescere il dissenso contro il governo Renzi.
Dalla discussione è quindi emersa chiara la volontà di non rinchiudersi nella sterile difesa di una costituzione ormai svuotata di ogni suo significato sostanziale, ma nel provare a “generalizzare” un’ostilità contro Renzi e il Partito della nazione, con le sue politiche di austerità, i suoi corollari clientelari-mafiosi e la sua supinità ai diktat della troika.
In questo senso un’importanza centrale è stata data al processo di contrapposizione che dobbiamo riuscire a costruire nell’autunno, per renderlo maggioritario non solo nelle urne, ma soprattuto nel protagonismo sociale di chi è ricattato dalla crisi e vede nella possibilità di vittoria del NO un’occasione di presa di parola.
Pensiamo a chi lotta per la casa, in difesa dei territori e contro le grandi opere, per i diritti primari, per il diritto di movimento oltre i confini imposti dall’Europa e dentro gli stati nazione e chi lotta, semplicemente, per un presente ed un futuro migliori.
Crediamo di doverci innestare su questo bisogno di opposizione che sta emergendo in maniera sempre più chiara, anche se spesso lontana dai nostri linguaggi e dai nostri attuali percorsi di lotta.
Prima del momento referendario chiediamo a tutti e tutte, insomma, di costruire un NO sociale al governo, da declinare secondo le specificità dei propri territori e ambiti d’intervento. A partire dai nostri territori dobbiamo essere capaci a rilanciare le tante lotte, le riappropriazioni e sostenere il protagonismo giovanile e la rabbia delle periferie.
Il proposito è quello di raccogliere quanto costruito in una grande manifestazione nazionale a Roma, da convocarsi la settimana precedente al referendum e capace di puntare non tanto su una ricomposizione politica delle organizzazioni, ma piuttosto di mettere a disposizione i nostri percorsi ai moltissimi che, isolati e impauriti, rispondono col cinismo e con la delega alla miseria che ci viene imposta.
Manifestazione come momento dalle forme aperte ancora da decidere all’interno di una progettualità comune e che deve poter essere attraversato anche da chi non può o non vuole votare. Sarà altresì soltanto un passaggio in cui aprire degli spazi per poter dopo il referendum mandare a casa Renzi, costi quel che costi.
Un passaggio a cui non dobbiamo avvicinarci con preoccupazioni immotivate, ma che dev’essere sostanziato da un percorso reale nelle nostre città.
È necessario, pertanto, incontrarci a Roma nell’ultimo weekend di settembre presso l’Università La Sapienza, per verificare i processi che da qui metteremo in moto e organizzarci tutti insieme.
17 giugno, Venaus, Val Susa – Fonte Notav.info

Un commento

  • antonio

    Caro Ezio,
    è da un po che non rispondo al tuo blog. Sono inebetito da tanto altro che ci succede attorno ad un mondo che noi non amiamo e che è in continuo ed inesorabile disfacimento. Sono preoccupato più di questo che di Renzi e del TAV….Alla luce dell’orripilante strage di Nizza, siate tutti/e pienamente consapevoli di quale situazione tremenda si delinei, in Italia e in Europa soprattutto, per le comunità islamiche ma anche per tutti/e quelli che, come noi, si battono per la giustizia sociale ed economica, contro il razzismo e la xenofobia. La carica simbolica di questo orrore supera, a mio avviso, quella di tutti i precedenti attentati in Europa, con il camion che a zig zag cerca di schiacciare più vittime possibili, bimbi con adulti e vecchi, in una festa popolare nazionale che celebrava la Rivoluzione francese e in cui pressochè tutti gli europei si potevano identificare. E temo che possa rendere flebili i nostri discorsi e gran parte delle nostre forme tradizionali di difesa delle nostre idee e posizioni “classiche”, quelle che si rifanno ai motivi strutturali dell’agire dei criminali del Daesh, ai conflitti di classe, al colonialismo ecc.. Ho provato ad immaginare cosa avrei potuto dire se stamattina fossi stato invitato ad una trasmissione TV qualsivoglia per parlare magari di lavoro, pensioni, Jobs Act, scuola, referendum ecc. e avessi dovuto invece affrontare una discussione sul massacro di Nizza. Certo, avrei potuto – e tutti noi potremmo farlo nei prossimi giorni – sottolineare tutto il marcio dell’Occidente che, prima destabilizza Iraq, Libia, Siria e tutto Il Maghreb e il Medio Oriente, mobilitando forze enormi, e poi non riesce a (o non vuole) schiacciare definitivamente la testa, nei suoi insediamenti, ai tagliagole del Daesh. Magari aggiungendoci la complicità con Arabia saudita, Qatar, Emirati e Turchia, tutti finanziatori e sostenitori dei nazi-islamisti, i curdi lasciati soli a combattere sul serio questi fetenti, e così via, usando argomenti razionali e “tradizionali”: che, però, temo, verrebbero e verranno messi all’angolo, se non si prende atto di una caratteristica incontrovertibile in questa guerra generalizzata, ossia l’uso massiccio, indiscutibile e decisivo della religione – e di una certa lettura dell’islamismo e del Corano – da parte dell’estremismo terrorista sunnita e wahabita/salafita. La stragrande maggioranza dei giovani reclutati in Occidente, e altrove, sono stati attirati proprio con tale strumento culturale e solo grazie a quello sono disposti a fare le stragi più orrende sapendo già di andare a suicidarsi, perchè convinti non già della bontà di una rivoluzione sociale ed economica ma di venire premiati da Allah, con tanto di contorno di vergini e di giardini in fiore. Non è affatto vero che sia un conflitto “di classe”. Erano i movimenti di liberazione nazionale, comunisti o meno, che per decenni hanno mobilitato sui temi di classe, del riscatto economico e sociale, sull’anticapitalismo o almeno sulla giustizia economica: ma erano tutti movimenti laici, che non mandavano nessuno (e nessuno ci sarebbe andato) a farsi esplodere per la causa. Solo che purtroppo di questi movimenti ne è restato solo uno, limpido ed esemplare, quello curdo, che infatti ha una marea di nemici. Questi ignobili figuri del Daesh hanno coinvolto nel mondo centinaia di migliaia di giovani di ogni estrazione sociale (basti vedere i massacratori di Dacca, tutti di buona famiglia), e nessuno di loro, mi pare, è stato reclutato sulla base di discorsi economico-sociali, antiliberisti o antioccidentali dal punto di vista economico. L’Arabia Saudita, orrendo cervello dell’intera vicenda insieme al Qatar, è il più schifoso paese del mondo (tagliano la testa ai condannati a morte, gay in primi o oppositori politici, e poi ne crocefiggono il cadavere e lo lasciano esposto come monito) dal punto di vista dei diritti civili ma è anche un paese ultra-liberista e ultra-capitalista. Ecc.ecc.ecc.ecc.

    antonio

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