Miserie nostrane

Considerazioni sulle prodezze di Alberto il Grande e Lorenzo il Magnifico


Un buon osservatorio sulla frattura sociale che si va scomponendo ogni giorno di più è la
tipologia di analogie che vengono avanzate dagli allineati da una parte, e dai dissenzienti dall’altra.
La maggioranza che – volentieri o meno – ha accettato green-pass, sostiene la propria posizione proponendo analogie del tipo “per guidare – e spesso anche per lavorare – serve la patente, e nessuno ha mai trovato discriminatoria questa richiesta.” Dal punto di vista della minoranza – di cui faccio parte – questo genere di paragoni è sintomatico del fatto che i dis-logici sono in preoccupante aumento, e che la dissonanza cognitiva è ormai divenuta endemica. La minoranza propende invece per analogie di carattere storico.

Le stesse che, dal canto suo, la maggioranza trova prive di senso, fuori luogo, iperboliche e di cattivo gusto. Penso che negare il valore dell’analogia storica voglia dire precludersi la possibilità di imparare qualcosa dalla storia: una nuova forma di oscurantismo.

Pertanto, provo a svilupparne una sulla base di alcune recenti affermazioni di Alberto Faustini, direttore de “l’Adige”, e di Lorenzo Dellai, ex-presidente PAT e deputato.

Nel suo editoriale “Ha vinto l’Italia dei tanti silenziosi” (l’Adige, 17 ottobre) Faustini si compiace del fatto che la “forza tranquilla” di Draghi non ha fatto nessuna concessione alla “protesta dei pochi”, non ha mostrato il minimo cedimento alle richieste della minoranza, di quei milioni di italiani che non si sono allineati al pensiero unico, e non intendono obbedire al diktat della tecnocrazia neoliberista. A ben vedere, la logica di cui Faustini sembra rallegrarsi è la stessa che, negli anni 30 del ‘900, ha condotto un’intera nazione a toccare con mano il fondale più basso della propria storia. Il problema è che, a pensarla come il nostro direttore, sono in tanti.

Non perdono occasione per ricordarci che in democrazia la maggioranza vince, ma non si ricordano – o fanno finta di non sapere – che in democrazia le minoranze vengono rispettate.
Per quanto possa apparire paradossale, la Germania di quell’epoca era una delle nazioni più colte e intellettualmente fertili del suo tempo, ma la maggioranza – lo ripeto, la maggioranza – era nazista.

Persino Martin Heidegger, uno dei massimi filosofi del secolo breve, non seppe resistere al fascino del cancelliere. In quegli anni, in Germania, la maggioranza era più che convinta che il Führer avrebbe bonificato le paludi di Weimar, e vi avrebbe edificato la nuova dimora del popolo tedesco.

La cosa comportava sì un certo sacrificio, anche in termini di discriminazioni, persecuzioni e tutto il resto, ma lo si compiva per il bene della nazione. E tanto bastava.
E tanto basta, a quanto pare. La risposta di Faustini al lettera di Paolo Vivian (l’Adige, 25 ottobre) parla fin troppo chiaro. “Avrà poi visto che altri si apprestano a consentire solo a chi ha il green pass di lavorare e non le sarà sfuggito come l’Austria stia addirittura pensando a un lockdown solo per i non vaccinati.” La cosa interessante è che il nostro direttore non scrive queste parole per denunciare la pericolosa deriva istituzionale in atto – rilevata, peraltro, da gran parte delle maggiori testate giornalistiche straniere – ma con l’evidente intento di sminuire le lucide e intelligenti

argomentazioni del sanitario. Così, mentre Faustini si preoccupa per la sfiducia che i dissenzienti nutrono nei confronti delle istituzioni, e lamenta i toni e gli striscioni delle manifestazioni, le istituzioni delle quali dovremmo fidarci prendono seriamente in considerazione la possibilità di mettere agli arresti domiciliari chi non si allinea. Non li si concentrerebbe nei campi dove “il lavoro rende liberi”, li si rinchiuderebbe in casa privandoli del lavoro e della libertà, li si confinerebbe tra quattro mura a patire fame e solitudine. Tutto questo, naturalmente, con il plauso del popolo che frequenta i divani, e quello dell’elite che occupa le poltrone.

La lettera di Dellai “La Resistenza non è per i ciarlatani” (l’Adige, 18 ottobre) non fa che rinforzare l’analogia storica suggerita dalle affermazioni di Faustini. A riprova del fatto che la propaganda governativa ha funzionato a meraviglia, in molti sono ancora persuasi che il green-pass sia una misura sanitaria. Tuttavia, basta un semplicissimo ragionamento per smascherare questa menzogna.

Per questo, nel nostro paese, ci sono milioni di persone che stanno rinunciando al lavoro – e non solo – pur di rifiutare la tessera del partito unico. Per tutte queste persone, resistere alla deriva autoritaria del nostro paese – osservata con attenzione, conviene ribadirlo, da diversi e importanti giornali stranieri dei quali, evidentemente, il nostro ex-presidente non ha troppa contezza – è un dovere collettivo non meno che individuale. Ma Dellai ha già deciso che sono dei “ciarlatani”, che la “Resistenza” è tutta un’altra cosa. La “Resistenza” è quella che ha in testa lui, è quella che gli hanno insegnato a scuola, e chi non la pensa come lui è un ciarlatano. Che statura! Che spessore!

La propaganda messa in atto dal governo, con la piena complicità dei media lautamente foraggiati, ha agito su due fronti: quello del terrore, dispensato a piene mani da ormai quasi due anni, e quello della salvezza, che da qualche mese è portata di mano dei cittadini. Purché obbediscano, s’intende.

Questa strategia, la stessa che è stata adottata dal clero medievale ai tempi dell’inquisizione, la stessa che è stata adottata dai tedeschi ai tempi del nazismo, ha diviso la popolazione in due comunità che condividono ancora lo stesso territorio, ma fanno sempre più fatica a parlarsi, a capirsi, e dunque a convivere. Ognuna delle due fazioni vede nelle scelte dell’altra un pericolo tanto ingente quanto imminente, il ché le rende reciprocamente più ostili ogni giorno che passa. Non serve essere degli storici per sapere che dalla diffidenza, all’insofferenza, all’odio, alla violenza i passi si fanno sempre più rapidi e brevi. Gli esempi che dovrebbero insegnarci dove vanno a finire certe spirali, come quella in cui ci stiamo incautamente infilando, sono talmente tanti e chiari che
non vale neppure la pena menzionarli. Né occorre studiare la meccanica quantistica relativistica per sapere che, persino nella “semplicità” del mondo fisico, le prospettive unilaterali si dimostrano semplicistiche e fallimentari. Figuriamoci se certe visioni ingenue possono cogliere le sfaccettature di una realtà sociale complessa e poliedrica.
Così, mentre l’incendio ideologico/religioso imperversa su entrambi i versanti di una pericolosa spaccatura sociale, Dellai e Faustini fomentano la folla dei “tanti silenziosi” cospargendo di benzina persino “l’Adige”, mostrando una volta di più – se mai ce ne fosse ancora bisogno – la statura intellettuale e lo spessore culturale della classe politica e dirigenziale. Quando i giornali cominciano a osannare la “forza tranquilla” dell’uomo forte al comando che calpesta non solo la Costituzione Italiana e il Diritto Europeo, ma anche le minoranze non allineate, quando una figura che ha ricoperto importanti ruoli istituzionali lascia pubblicamente intendere che il Paese è infestato da milioni di “ciarlatani”, la gente comincia a capire che ore sono. Sarà per questo che, ultimamente, le questure sono sommerse da richieste di rinnovo/emissione dei passaporti?

Nel suo libro “La banalità del male” Hannah Arendt osserva che i gerarchi nazisti non erano dei “geni del male”, erano solo “grigi burocrati”, dei sempliciotti privi di mezzi culturali e intellettuali, dunque incapaci di discutere gli ordini che veniva chiesto loro di eseguire. Per questo il filosofo canadese Alain Deneault, nel suo recente libro “La mediocrazia”, in cui spiega come e perché i mediocri hanno preso il potere, può dire che il “mediocre zelante” è quello della peggior specie.


Se la stupidità non somigliasse così tanto al progresso, al talento,
alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido.
Robert Musil

Francesco Prandel
(libero docente di chimica)

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