Solidareta’ per Abderrahmene Tridi

pasoliniAPPELLO:
PREMESSA:
Abderrahmane Tridi è nato a El tarf in Algeria il 16/05/1954, durante la guerra di liberazione dell’Algeria dal colonialismo francese la sua famiglia è stata costretta a spostarsi oltre il confine tunisino in quanto il padre risultava persona ricercata dalle autorità francesi. Il rapporto di Abderrahmane col padre è sempre stato difficile in quanto quest’ultimo era una persona abbastanza autoritaria e violenta, tanto che durante un diverbio con il figlio gli provocò con una bastonata un grave trauma cranico. Così Abderrahmane decise di lasciare appena possibile la famiglia d’origine, emigrando dapprima in Libia nel 1978 dove svolse il lavoro d’imbianchino e successivamente, nel 1985, in Italia.
La speranza
Nel nostro Paese ha avuto la speranza di trovare la possibilità di una vita dignitosa, ha lavorato raccogliendo frutta in Sicilia, e successivamente si è spostato a Roma facendo l’imbianchino, finché nel 1989 è giunto in provincia di Trento. Qui ha svolto diversi lavori dalla fabbrica ai cantieri edili e per molti anni ha abitato a Dro.
La disperazione
Nel 2006 cominciarono per Abderrahmane i problemi, venne licenziato e non riuscì più a trovare un posto di lavoro. Reperire un lavoro per un immigrato della sua età col sopraggiungere della crisi internazionale, da quel momento divenne un’impresa impossibile. Dopo un periodo di disoccupazione, nel 2008 arriva anche la perdita del permesso di soggiorno. Questo ha significato per lui una inarrestabile caduta verso il basso, con la perdita dell’alloggio e di ogni forma di sussistenza. La disperazione lo ha portato in un profondo stato di depressione e gli ha fatto compiere gesti disperati quali la minaccia di darsi fuoco all’interno degli uffici della Cgil di Trento. In seguito a ciò è stato ricoverato per tre mesi nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Arco. Da allora è seguito con competenza e umanità dal dottor Italo Antollovich del Centro Salute Mentale di Arco.
Invisibile
Per anni Abderrahmane è stato costretto, come molti altri immigrati espulsi dai posti di lavoro in seguito alla crisi, a dormire in una fabbrica abbandonata e a mangiare al Punto D’Incontro. Costretto all’invisibilità a causa della mancanza di quei documenti che per le nostre leggi in materia d’immigrazione sono indispensabili nel far riconoscere l’esistenza delle persone in carne e ossa. Anche la possibilità di ritorno in patria è inibita dalla mancanza di tali documenti e resa difficile anche dall’assenza della convenzione con il Paese d’origine per il riconoscimento dei contributi pensionistici versati. Per non parlare del fatto che a distanza di tanti anni pochi sono rimasti i legami con la famiglia d’origine. Paradossalmente solo il sopraggiungere di una condanna per aver rifiutato di fornire ai carabinieri le proprie generalità ed essersi trovato privo di valido documento d’identità ha reso Abderrahmane visibile.
Illusione e disillusione
In seguito a tale condanna l’avvocato d’ufficio chiedeva l’affidamento di Abderrahmane ai servizi sociali, pur negandolo il Tribunale di sorveglianza di Trento acconsentì che la pena venga scontata con detenzione domiciliare, (a causa di modesti precedenti penali). La sensibilità e l’interessamento dell’Ufficio Esecuzioni Penali Esterne e la disponibilità dell’APAS di Trento hanno fatto intravvedere ad Abderrahmane la possibilità di un suo reinserimento dignitoso. Purtroppo è stata un’illusione durata solo qualche mese perché ancora una volta egli si è trovato questa strada sbarrata dalla mancanza dei documenti di cui prima si è parlato. Di nuovo la persona è diventata invisibile a causa dell’assenza di un regolare permesso di soggiorno, che non è possibile se non vi è un regolare contratto di lavoro e che a sua volta è ostacolato dalla mancanza di un domicilio e di una residenza.
Una battaglia per la dignità
Da ventisette giorni Abderrahmane Tridi ha iniziato uno sciopero della fame, egli non chiede carità o compassione, egli chiede che gli venga restituita la dignità di cui è stato privato con il venir meno della validità di quei documenti che la legge impone perché un essere umano sia riconosciuto come tale.

Lo scrivente Comitato Dignità ha avuto modo di apprezzare l’impegno di Abderrahmane Tridi nel 2012, quando egli si rese disponibile come portavoce di questo Comitato nell’organizzare e farsi carico del problema di circa 40 disoccupati nordafricani che vivevano in condizioni precarie a Trento. Di tale situazione lo scrivente Comitato si interessò in quanto alcuni di essi provenivano dalle cave di porfido, realtà nella quale il Comitato Dignità opera dal 2009.

Sosteniamo il diritto di Abderrahmane Tridi ad avere l’aiuto delle nostre istituzioni per un lavoro e un alloggio che gli restituiscano la dignità negata.
Ci appelliamo pertanto alle Autorità competenti (Servizi Sociali, Questura, etc…)affinché cooperino per il superamento degli ostacoli che si frappongono al riconoscimento del diritto di Abderrahmane Tridi ad avere un permesso di soggiorno per motivi umanitari e un lavoro protetto che gli dia la possibilità di un alloggio e di una vita dignitosa.

Montagne del porfido, 30/06/2014
Per il Comitato Dignità
Atika Chafei
Walter Ferrari

Un commento

  • antonio

    Da 27 giorni non mangià? Cristo santo (ma vorrebbe essere una bestemmia) ma come si fa a sopportare tanto dolore e umiliazioni senza ammazzare qualcuno? Il comitato, se rappresenta qualcosa o qualcuno, deve spaccare le palle alla politica perchè non solo Abderrahmane ponga fine a questo suicidio, ma che possa vivere da essere umano, cioè come un normale e fottuto trentino.
    Diversamente appelli di sostegno tendenti a smuovere quelle mummie dei palazzi non hanno che il significato di ipocrita e complice affinità col potere colpevole di fare man bassa dei soldi dei contribuenti (vitalizi) invece che destinarli a chi ne ha bisogno.
    antonio

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