Se la Cgil dice no allo sciopero generale

di Gianni Rinaldini
Alla vigilia di un probabile voto di fiducia sul disegno di legge sul mercato del lavoro, ovvero su precarietà, art. 18 e ammortizzatori sociali, la Cgil ha deciso di considerare conclusa questa fase e cambiare pagina per favorire le iniziative unitarie fino ad arrivare a un ipotetico sciopero generale unitario in autunno dai contenuti indefiniti. È stata così cancellata la decisione del precedente comitato direttivo che aveva proclamato 16 ore di sciopero, 8 ore a livello territoriale e 8 ore per lo sciopero generale, contro il ddl sul mercato del lavoro e per riaprire la questione previdenziale.
La segreteria ha gestito quel mandato in modo tale da evitare l’apertura di un conflitto con il governo nel corso dei lavori del Senato, fino alla paradossale decisione alla vigilia dell’atto parlamentare conclusivo di mettere a disposizione le 8 ore di sciopero per le future iniziative unitarie, di cui non si conoscono i contenuti. Nel frattempo il ddl è stato ulteriormente peggiorato.
Un vero e proprio ribaltamento, che svela una totale mancanza di trasparenza nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno scioperato e manifestato nel corso di queste settimane, senza che il gruppo dirigente della Cgil avesse il pudore di dire esplicitamente che stava operando in tutt’altra direzione, a partire dal comunicato della segreteria che considerava positiva la soluzione del nuovo art. 14 che cancella di fatto l’art. 18.

Per questa ragione come Coordinatore dell’area di minoranza ho annunciato la nostra non partecipazione al voto del direttivo perché non è accettabile che l’organizzazione venga gestita in violazione delle più elementari regole democratiche. Se queste erano le intenzioni, il gruppo dirigente aveva il dovere di esplicitarle convocando il direttivo in tempi utili per confermare o disdire lo sciopero generale della Cgil e non convocarlo alla vigilia dell’ultimo passaggio parlamentare. Questa deriva nella vita interna della Cgil è l’ultimo atto in ordine di tempo di una gestione dell’organizzazione sconosciuta nella mia lunga esperienza sindacale. Una gestione dove si sostituisce l’autoritarismo all’autorevolezza di un gruppo dirigente.
Vengono ridotti, in alcuni casi annullati, gli spazi democratici di confronto e di discussione con la pratica di accordi sottoscritti dalla segreteria e il pronunciamento successivo del direttivo che assume ogni volta il significato del voto di fiducia al segretario generale, pensando così di mettere a tacere la dialettica interna, che esiste nella organizzazione, e che va ben oltre il rapporto congressuale maggioranza e minoranza. La stessa consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori, quando si realizza come sull’accordo del 28 giugno, non ha alcuna possibilità di svolgimento e verifica democratica, correndo il rischio di svilire lo strumento della democrazia.
Resta il fatto che in questi mesi il governo ha utilizzato la crisi per ridisegnare l’intero assetto sociale del nostro paese: sistema previdenziale, precarietà, art. 18 e tutela nel lavoro e ammortizzatori sociali, nell’assenza di una reale iniziativa di contrasto da parte della Cgil, a differenza di ciò che accade negli altri paesi europei. La mobilitazione cresciuta negli ultimi mesi, anche in previsione dello sciopero generale annunciato, è stata smontata in primo luogo dalla stessa Cgil, gli stessi scioperi da proclamare localmente si sono svolti soltanto in alcuni territori, isolando nella pratica l’iniziativa e la generosità dei metalmeccanici. In questo modo si è consegnato alla mediazione tra le forze politiche la definizione di questioni sociali che avranno un effetto devastante sulla condizione di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, precari e pensionati.
I rapporti unitari, per essere ricostruiti, devono svilupparsi in assoluta chiarezza delle reciproche posizioni. Affermare che non è possibile proclamare lo sciopero generale come Cgil perché in questo modo non si favorisce la crescita dei rapporti unitari, ovviamente su altre questioni, e non su quelle che ho prima richiamato, significa associare alla subalternità alle forze politiche, la subalternità alle altre organizzazioni sindacali. Un vero capolavoro.
Infine, il documento finale del direttivo nazionale richiama l’importanza della manifestazione unitaria del 2 luglio in Campania, mentre negli stabilimenti Fiat le lavoratrici e i lavoratori iscritti alla Fiom-Cgil non vengono assunti a Pomigliano. Esiste un problema democratico non eludibile che va ben oltre l’accordo del 28 giugno 2011, e riguarda il ripristino di elementari diritti fondamentali, come il fatto che una organizzazione sindacale non può essere espulsa dagli stabilimenti.
Questo è un aspetto preliminare nel rapporto con Cisl e Uil che non può essere condizionato ad alcun altro aspetto di natura contrattuale e/o di accordi sindacali perché riguarda la democrazia nel nostro paese, e qualsiasi cedimento su questo versante assume il significato della collusione. La crisi della rappresentanza politica non è cosa diversa dalla crisi della rappresentanza sociale. Non aprire un confronto a tutto campo che abbia la valenza di un congresso straordinario temo che preluda a una deriva preoccupante della Cgil, della funzione e del ruolo delle organizzazioni sindacali. Tutto ciò avviene mentre il disagio sociale cresce paurosamente con un impasto di rabbia, frustrazione e rassegnazione che non trovano oggi alcuna rappresentanza portatrice di un segnale di speranza per il futuro. Quella che viene chiamata antipolitica fa parte dell’umore popolare di cui anche noi portiamo responsabilità. È da qui che dovrebbe partire la discussione.
da Il Manifesto, mercoledì 20 Giugno 2012

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