Marchionne e il “Pacco Italia”

Fabbrica Italia, il progetto di ristrutturazione che Fiat aveva pubblicizzato per rafforzare l’attività dell’azienda sul territorio, prevedente l’investimento di più di venti miliardi di euro negli stabilimenti italiani e la produzione di 1,4 milioni di mezzi nel 2014, si è dimostrata per quello che è ovvero un colossale imbroglio perpetrato sulla pelle dei lavoratori.
Il piano di fuga dal paese da parte di Marchionne era chiaro fin dall’inizio ma aveva bisogno del sostegno di tutti i partiti filoindustriali, dal Pd al Pdl, e di sindacati complici, che nei giorni del referendum ricattatorio di Pomigliano nell’estate del 2010, si strappavano le vesti per consigliare ai lavoratori di accettare con un nuovo contratto di lavoro ciò che il padrone voleva perché bisognava salvare l’attività produttiva e assicuravano che Pomigliano sarebbe stata un’eccezione che negli altri stabilimenti non sarebbe stata applicata.
Alla fine del 2011 il nuovo contratto è stato esteso a tutte le fabbriche italiane di Fiat.
Cosa voleva Marchionne?
Giustificandosi con la caricatura dell’operaio fannullone e assenteista e minacciando di esportare l’attività all’estero, pretendeva di ridurre le pause di riposo degli operai durante l’attività, di aumentare le ore obbligatorie di straordinario, di rimodulare i turni facendo lavorare gli operai da cinque a sei giorni alla settimana, di introdurre nuove tempistiche di lavoro per spremere maggiormente i lavoratori compresi quelli con ridotte capacità (la chiamava produttività), di decidere in maniera autonoma come e se pagare la malattia ai lavoratori, di istituire apposite commissioni che dovevano verificare il rispetto delle nuove condizioni contrattuali arrivando a sanzionare con il licenziamento anche chi scioperava contro il nuovo contratto.
Marchionne temeva la forza della Fiom perché era l’unica organizzazione sindacale rappresentativa che avrebbe potuto opporsi ai diktat e per sbatterla fuori dalle fabbriche aveva bisogno di un soggetto che la sabotasse dall’interno: chi meglio di altre organizzazioni sindacali complici avrebbe potuto fare il lavoro per Marchionne mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri?
Marchionne pretese che i delegati di fabbrica venissero nominati direttamente dai vertici delle organizzazioni sindacali firmatarie del nuovo accordo bypassando la volontà dei lavoratori e chi non avesse firmato il nuovo accordo sarebbe rimasto fuori dalla fabbrica.
Il referendum ricattatorio per l’istituzione del nuovo contratto vide l’affermazione del sì ma un lavoratore su tre votò per il no.
Marchionne promise investimenti e la riassunzione dei lavoratori. A distanza di due anni Termini imprese ha chiuso l’attività, Mirafiori è perennemente in cassa integrazione, a Pomigliano meno della metà dei lavoratori è stata riassunta e gli investimenti sono stati fatti all’estero.
E se Marchionne non ha mantenuto le promesse ha però incassato tutto quello che voleva, compresa l’espulsione dei lavoratori iscritti alla Fiom a Pomigliano ed il licenziamento dei tre famosi lavoratori iscritti alla Fiom dello stabilimento di Melfi. Ora vuole completare l’opera.
Marchionne è stato inizialmente l’eroe della grande imprenditoria italiana, che decide anche per le piccole imprese. Non avendo più alcun soggetto rappresentativo che gli si opponesse, ha preteso ed ottenuto tutto quello che voleva e con il potere che Fiat rappresenta in Italia ha aperto la strada alla disgregazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro in favore dei singoli ricatti che ora qualunque azienda può effettuare alla propria manodopera.
Ma a Marchionne deve riconoscenza pure la trojka: infatti la sua azione è stata il grimaldello concreto che Berlusconi prima e Monti poi hanno usato per giustificare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori ottenendo tutto quello che Bce, Ue e Fmi avevano chiesto con la famosa lettera spedita nell’agosto 2011 a palazzo Chigi. Ora però le recenti critiche da parte di Della Valle e di Romiti rappresentano la paura di una parte della grande imprenditoria italiana di un’accelerazione del conflitto e che tutta la struttura scenica che insieme Cisl, Uil, Pd, Pdl e Confindustria hanno sostenuto finora cominci pericolosamente a scricchiolare aprendo scenari a tinte fosche per chi non ha fatto altro che sfruttare i lavoratori e per chi nulla ha fatto per evitarne lo sfruttamento.
E’ certo che solo la mobilitazione di massa da parte dei lavoratori, dei disoccupati e dei giovani può capovolgere i rapporti di forza esistenti. Lanciare appelli al governo non serve a nulla. Non esiste alcun dubbio che Fiat debba essere nazionalizzata e gestita direttamente dai lavoratori nell’interesse della collettività.
Espropriare le grandi aziende private del paese senza alcun indennizzo è necessario per garantire la protezione del tessuto produttivo del paese e l’occupazione dei lavoratori. Solo una produzione cosciente gestita dai consigli di fabbrica e controllata da parte delle assemblee cittadine potrà soddisfare i bisogni della collettività.
Il primo passo per costruire l’opposizione è rappresentato dalla costituzione dei consigli di fabbrica, organi da eleggere democraticamente da parte dei lavoratori, i cui rappresentanti possano sempre essere revocabili e quindi controllabili dal basso. Le decisioni prese dai consigli di fabbrica avranno la titolarità primaria, anche scavalcando le rappresentanze sindacali nazionali. I padroni dovranno avere a che fare quindi prima con i lavoratori e solo successivamente con chi sta fuori dalle aziende.
La difesa della produzione si attuerà con la presenza costante nelle fabbriche e con il coinvolgimento delle altre realtà lavorative del territorio e dei cittadini perché la soddisfazione dei nostri bisogni va salvaguardata insieme. La lotta aprirà una lunga stagione di conflitto perché la controparte non mollerà solo perché ha un po’ di
paura o perché abbiamo dimostrato che la nazionalizzazione dei mezzi di produzione di beni e servizi è qualitativamente e quantitativamente superiore al sistema capitalista.
Il nuovo modello di produzione non potrà conoscere confini provinciali o regionali ma dovrà propagarsi prima su tutto il territorio nazionale e poi negli altri paesi.
E’ un grave errore pensare che, una volta ottenuta una vittoria in un piccolo territorio, tutto possa rimanere immutato ritenendo che ciò che lo circonda possa magicamente non riorganizzarsi per riprendersi il potere.
Per organizzarci e coordinarci abbiamo bisogno di una direzione e non possiamo basarci sul tanto semplicistico quanto vuoto modello spontaneista che troppe volte ha ritenuto di aver fatto il proprio dovere dopo aver conseguito alcuni risultati sul proprio territorio lasciando soli i compagni che operano altrove o che in altri casi ha mandato le proprie forze allo sbaraglio senza sapere cosa fare il giorno dopo o addirittura ha riproposto lo stesso modello di produzione capitalista sostituendo gli sfruttatori con persone “di fiducia”.
La controparte opera ed è organizzata a livello nazionale e la nostra organizzazione deve quindi operare a livello nazionale. La lotta va portata fino in fondo e solo se si porta fino in fondo possiamo vincere.
Il nostro modello di organizzazione e di direzione è quello del partito, che ci permette di ramificarci su tutto il territorio nazionale e di agire come un sol uomo senza disperdere le nostre forze. Non siamo stalinisti e quindi chi dirige l’organizzazione potrà essere revocato dalla base in qualunque momento. Lavoreremo fuori e dentro le istituzioni perché non possiamo permetterci di non utilizzare il megafono istituzionale per dimostrare anche a chi non ha il nostro grado di coscienza che le nostre idee sono migliori di altre e che il nostro sistema sociale corrisponde al soddisfacimento dei bisogni della collettività.
Mirko Sighel

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