Fiat Chrysler la verità nascosta

fiat1Fiat, l’accordo con Veba apre la fase della liquidazione dei siti italiani

La macchina della retorica è a pieni giri. La “storytelling” della Fiat, azienda italiana che salva quella americana, la Chrysler, e a sua volta viene salvata sta distribuendo in queste ore le sue perle in giro per il mondo. Le agenzie battono e ribattono proclami senza senso sulla base dei comunicati degli uffici stampa, straordinariamente approfondite sui numeri dell’operazione ma del tutto omertose sul resto.
Quando tutto si sarà calmato sarà più facile capire la natura di questa acquisizione. Innanzitutto, verrà a galla che l’indebitamento di Fait Group viaggia ancora a metà del fatturato e che la scommessa sui mercati internazionali la porterà ancora di più fuori dal nostro Paese. Sono due fattori importanti per capire se e come Sergio Marchionne investirà in Italia rimettendo in piedi quattro siti (Melfi, Pomigliano, Mirafiori e Cassino) che attualmente hanno più di qualche problema produttivo. Secondo il Financial Times, ora Fiat sarà “meno dipendente da un mercato europeo in affanno e si troverà in una posizionemigliore per sfruttare al massimo le opportunità che offre il mercato Usa, in pieno boom”.
Non c’è alcun dubbio che questo passaggio segni la definitiva americanizzazione di Fiat. A dirlo non è solo la querelle sulla sede legale e simili. A dirlo sono i numeri. Per sostenere il suo impegno globale, Fiat dovrà sfornare cinque milioni di automobili. Attualmente in Italia non ne tira fuori che 400mila. I punti di forza del sistema Fiat non sono certo nella Penisola. Chrysler a questo punto sarà la cassa della multinazionale. E’ naturale che su quel marchio verrà puntato tutto il peso del bilancio. E gli stabilimenti italiani dovranno vivere di riflesso, e delle briciole. Non sarà automatico quindi che quel po’ di risorse che affluiranno, al netto di quello che verrà prosciugato dagli oneri da corrispondere al fondo Veba, verranno impiegate nel Bel Paese. Il quadro, quindi, è cambiato. Parte delle risorse promesse per gli investimenti, infatti, serviranno a pagare la “conquista” della vetta. Se vogliamo, quindi, la vendita di Alfa Romeo, difesa strenuamente da Marchionne, è ancora all’ordine del giorno. Questi sono i numeri. Il resto non conta. E a questo punto si apre la questione della separazione tra l’isoletta italiana e l’impero americano di cui Marchionne ha in mano le chiavi. Chi tratterà da questa sponda? Tra i vari passaggi dell’accordo, è stata inserita una rinuncia di Fiat, non certo indolore, al dividendo. Che diranno gli investitori italiani? Che farà Elkann, che si era proposto come il paladino del tricolore? Cosa farà il Governo, soprattutto, che a questo punto dovrà letteralmente strappare di mano le risorse per gli investimenti a Marchionne? L’Italia da centro del sistema è diventata un “problema da risolvere”.

L’accordo in se non segna, a ben vedere, quella che viene propagandata come la vittoria dell’amministratore delegato. Innanzitutto perché la multinazionale ha dovuto sborsare quasi il doppio di quanto si prefiggeva all’inizio. Quindi, di fatto, il tira e molla di Marchionne non è stato altro che una perdita di tempo, che alla fine ha “risparmiato” un miliardo e più sul prezzo chiesto da Veba. Insomma, politicamente, Fiat esce con più di qualche osso rotto perché in fondo è la parte più debole. E sarà costretta ad interpretare questo ruolo ancora a lungo.

Oltre al 100% delle azioni, Fiat ha ottenuto l’impegno di Uaw a proseguire nell’implementazione degli standard produttivi World Class Manufacturing nelle fabbriche, nell’ottica dell’effettiva attuazione del piano industriale delineato dal gruppo italo-americano.In poche parole ha “comprato” l’accordo per un maggiore sfruttamento dei lavoratori.

Autore: fabio sebastiani

Fonte:  controlacrisi.org

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