Atto razzista contro il campo dei Sinti a Piedicastello

20131214_151236Questo pomeriggio si è svolta una conferenza stampa delle famiglie sinte che abitano nel campo sosta a Piedicastello. Denunciano episodi gravissimi, culminati la scorsa notte con un lancio di bottiglie molotov che hanno sfiorato i camper nei quali dormivano uomini, donne e bambini.
E’ sotto gli occhi di tutti che in Trentino è in atto un’escalation di violenza di matrice xenofoba e razzista, aumentata da quando è aperta la sede di Casa Pound in via Marighetto, che non si limita con delle scritte sui muri al solo inneggiare al linciaggio dei sinti o degli immigrati o degli antifascisti. Ha poca importanza che non compaiano rivendicazioni formali di Casa Pound o Forza Nuova perché a livello di rozza cultura e bassa politica i veri ispiratori dell’odio sono loro e coloro che utilizzano lo stesso linguaggio securitario e razzista, e li spalleggiano.
Si tratta di squallidi personaggi come il consigliere comunale di Trento, Manfred de Eccher, candidato alle europee per Fratelli d’Italia e figlio del più noto fascista Cristano De Eccher, conosciuto per essere stato indagato per i timer di piazza Fontana e per aver presentato da senatore un disegno di legge con il quale abolire la norma della Costituzione che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; o di deliranti razzisti come Boso della Lega Nord.
L’accoltellamento di Andrea ad Arco ed ora questi attacchi incendari confermano che l’estremismo di destra sta alzando il livello della tensione e dello scontro.
Nessun cittadino, nessuna realtà sociale e politica antirazzista, antifascista o antisessista, tantomeno nessun democratico, di fronte a quello che sta succedendo, può più rimanere in silenzio prima che ci scappi il morto
Di seguito il comunicato delle famiglie sinte:
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A Trento c’è un’emergenza democratica.
A Trento, città tollerante e tranquilla, negli ultimi due mesi e per diverse notti bottiglie Molotov hanno sfiorato camper e roulottes dove dormivano uomini, donne e bambini; per troppe volte la tragedia è stata sfiorata. Dentro quei camper e quelle roulottes c’erano uomini, donne e bambini, c’erano Sinti.
Siamo sconvolti, amareggiati, preoccupati. La mano che ha buttato le bottiglie incendiarie lo ha fatto con l’intento di colpire, non solo di lanciare avvertimenti, con l’intento folle di fare del male. Fare del male a delle persone semplicemente perché appartenenti a una cultura diversa.
Gli spettri della violenza razzista, mai sopiti, riappaiono, proprio qui, nella nostra città.
Chiediamo a tutte le cittadine e a tutti i cittadini democratici di Trento di prendere la parola, di dire basta, di mobilitarsi contro questa violenza folle. Per dire che dentro quelle roulottes ci sono uomini, donne, bambini. E basta.
Chiediamo a coloro che hanno buttato le bottiglie Molotov di riflettere sul loro gesto e sulla follia insensata dell’odio razziale, che arriva a giustificare la violenza e l’omicidio contro persone inermi.
Fermatevi ora.
Chiediamo a tutte le forze politiche, alle associazioni di mobilitarsi, perché la democrazia, la tolleranza non sono valori acquisiti una volta per tutte. Vanno difesi.
Le famiglie sinte di Piedicastello

Fonte: www.globalproject.info/

Un commento

  • Gianni Sartori

    Mi inserisco in questo ambito con 3 testimonianze (restando comunque in tema) e ne approfitto per una precisazione, ciao
    GS

    1) APPELLO
    Invio questo “frammento di memoria” per sottolineare la mia estraneità all’illustre politologo GIOVANNI Sartori con cui recentemente sono stato confuso (a sinistra) e quindi criticato per alcune sue dichiarazioni in materia di immigrazione. Come traspare da questo mio articolo, per quanto datato, la mia concezione del mondo (con tutto il rispetto per lo spessore culturale del mio QUASI omonimo) è un poco diversa. E naturalmente ho ancora meno a che fare, ca va sans dire, con un altro Gianni Sartori (questo sì, purtroppo, omonimo) che imperversa su vari siti (del Giornale , sul sito di Grillo per es.) lanciando offese e minacce (“merde”, “tre metri di corda…” etc) nei confronti di sinti, rom, immigrati e “comunisti”. Ribadisco che non siamo neanche lontanamente parenti (in tutti i sensi). Tra l’altro mia nonna era sinta (e mio nonno cimbro) per cui…
    ciao e grazie per l’ospitalità
    Gianni Sartori
    CORREVA L’ANNO 1970… (Eride e i suoi fratelli)
    (Gianni Sartori)
    Era una nebbiosa serata di novembre. L’anno il 1970. Dopo la riunione, avevo accompagnato Tiziano Zanella verso casa. Progetti, speranze, dubbi che si affacciavano alla mente di due diciottenni già schierati politicamente e poco disposti a pazientare. A dire il vero, anche se sarebbe più in sintonia, la riunione non era per organizzare manifestazioni o picchetti, ma una spedizione alla grotta denominata “Buso della Rana”, all’epoca ancora la più lunga d’Italia (tra quelle conosciute, ovviamente). Presumo quindi fosse venerdì, serata canonica per gli incontri del Club Speleologico Proteo. Lo stradone dello stadio affogava nella densa nebbia che fuoriusciva dal fiume Bacchiglione. A mala pena si distingueva un alone lattiginoso attorno ai lampioni. I tigli siberiani sull’argine, ombre nere che si perdevano verso l’alto. Impossibile distinguere il ponte della ferrovia e, sull’altra riva, il piccolo monumento ai “Dieci martiri”. Tra i giovani resistenti fucilati dai fascisti sulla striscia di terra che separa il Bacchiglione dal Retrone, anche due rom.
    Improvviso un rumore di passi nelle tenebre, forse una voce. Un’immagine che ricorderò per sempre. Cinque figure allineate, di corsa, che si tenevano per mano occupando quasi l’intera carreggiata. Nessuno restava indietro. Sull’argine, per un attimo, due sagome evanescenti subito dissolte. Le persone in realtà erano sei. Una madre con i suoi figli. Il più piccolo, avvolto in uno scialle, appeso al collo.
    La donna, una “singana” nel linguaggio politicamente scorretto di quando non si sapeva di sinti e di rom, raccontò di essersi accampata nello spiazzo lungo la ferrovia, vicino al vecchio Foro boario, uno dei luoghi dove periodicamente si fermavano carovane in transito.
    Ci spiegò che due individui (le ombre intraviste sull’argine) avevano tentato di entrare con chiare intenzioni. Preoccupata soprattutto per la figlia quattordicenne, era immediatamente fuggita portandosi appresso tutta la famiglia. Raccontò di essere stata recentemente abbandonata dal marito che se ne era andato con la loro roulotte e di vivere in una tenda, dono di un medico benefattore. Fino a qualche giorno prima il campo aveva ospitato alcune carovane. Ma poi erano partite per Milano e loro erano rimasti soli, in attesa che qualcuno li aiutasse a trasferirsi dall’altra parte della città. A Sant’Agostino, dove agli inizi degli anni settanta stazionavano sempre piccoli gruppi di nomadi.
    La donna, nonostante la situazione, dimostrava un forte carattere e non voleva assolutamente ritornarsene nella tenda. I loschi individui avrebbero potuto ritornare. Che fare? Alla fine, dopo aver ampiamente dibattuto, pensammo di risolvere la situazione ospitando provvisoriamente la famiglia in una qualche sede di quelle che frequentavamo abitualmente . Una telefonata per strappare al sonno un dirigente politico, discussione animata (per gli ideologi operaisti ortodossi gli “zingari” erano lumpenproletariat di cui diffidare) e alla fine consegna delle chiavi. Le organizzazioni della sinistra extraparlamentare presenti a Vicenza erano allora una mezza dozzina. Per quella notte trovammo ospitalità a “Potere operaio”, nella vecchia sede di S.Caterina, la prima. Mettemmo a disposizione la sala delle riunioni (dove troneggiavano due manifesti di Marx e Lenin:“ma quello chi è, tuo nonno?”) dove dormirono avvolti nelle coperte che, prudentemente, si erano portate via prima di scappare, mentre noi restammo a far la guardia tra il corridoio e il ciclostile. Un paio di notti freddissime, nonostante l’eskimo. Nei giorni successivi ci occupammo del trasloco, effettuato con uno di quei carretti a pedali che circolavano ancora in città. Per più di un anno frequentai il campo dove si erano stabiliti contribuendo con collette e doni in viveri. Determinante, sia per umanità che per doti organizzative, il ruolo del futuro dott. Dino Sgarabotto che successivamente avrebbe confermato la sua tempra umanitaria in Kenya con il CUAM.
    La madre dei bambini raccontava di essere sfuggita, in tenera età, allo sterminio della sua famiglia. Un giorno dei funzionari erano venuti a cercarli in una località “vicino a Trieste” (poteva trattarsi anche dell’Istria) per portarli a “fare gli esami del sangue” e nessuno di loro fece più ritorno. In quel momento lei era in giro, a giocare, e una sua cugina (che evidentemente aveva mangiato la foglia) si offrì di restare ad aspettarla per poi recarsi in”ambulatorio”. Appena la bimba fu tornata, la cugina l’afferrò e cominciò a correre, a scappare lontano.
    Davo per scontato che la famiglia fosse stata distrutta per mano dei nazifascisti, ma poi qualcuno (forse un “revisionista”?) suggerì che avrebbero potuto trovarsi anche tra le vittime delle foibe. Molti di loro infatti erano classificati come “profughi giuliani”. Lo scoprii quando, in occasione delle elezioni, venivano nel campo per comprarsi qualche voto gli esponenti di un partito ben noto. Ma non certo per il suo antirazzismo. Missini senza scrupoli che al danno aggiungevano anche le beffe. La conferma che era stata opera dei nazifascisti (in una data imprecisata, ma comunque dopo l’8 settembre 1943) la ebbi quando mi recai, su loro richiesta, al Comune di Trieste (in autostop) per ritirare alcuni documenti. Dalle carte si intuiva che la prima tappa del viaggio verso la desolazione e la morte era stata a San Sabba, la “risiera”.
    Nessuno dei cinque figli frequentava la scuola anche se tre di loro ne avevano l’età. Sette, otto e quattordici anni. Cominciai quindi a dare lezioni, all’aperto, anche d’inverno. Talvolta con il terreno ricoperto di neve. Avevamo trovato una stanza, messa a disposizione da una signora di buon cuore, ma loro preferivano così. La cosa avveniva in maniera del tutto “spontaneista” (oltre che, sicuramente, velleitaria) dato che diffidavo delle varie associazioni impegnate all’epoca a “riadattare i nomadi” (come da statuto). Qualche problema anche con alcuni compagni che si occupavano esclusivamente di “classe operaia” dura e pura. Anche se poi, diversamente da chi scrive, a lavorare in fabbrica nessuno di loro c’è mai andato. In compenso qualcuno di loro avrebbe visto volentieri gli zingari alla catena, anche se solo di montaggio*. Da parte mia (dato che la Rivoluzione sembrava ormai dietro l’angolo) ritenevo fosse giusto “non lasciare indietro nessuno”. Talvolta succede, da giovani, di volare alto. Malattia infantile da cui si può comunque guarire.
    Studente-lavoratore, trascorrevo parecchie notti da “Domenichelli” a scaricare e “stivare” camion. Di solito mi recavo al campo nel pomeriggio, prima di iniziare il turno. Altre volte di mattina, quando staccavo. Ovviamente non tutti i giorni, sicuramente molto meno di quanto sarebbe stato necessario. Ma con l’aiuto di alcune amiche del “Fogazzaro” (ricordo in particolare due compagne, Rosanna Rossi e Chiara Stella) qualcosina riuscimmo a insegnare. Anche perché i bambini erano svegli, soprattutto Eride, la più grande. Ne avemmo conferma un paio d’anni dopo che se ne erano andati, a Milano. Sul “Corriere della sera” venne pubblicata una sua lettera bellissima (forse un po’ strappalacrime, ma a fin di bene) che suscitò un’ondata di solidarietà nei confronti della sfortunata famigliola.
    Per il sottoscritto c’era stato qualche piccolo precedente rivelatore. Una mezza denuncia, due anni prima (nel “68”) per aver tolto (“divelto”) alcune tabelle di “Sosta vietata ai nomadi”. In seguito, partiti i miei amici per Milano, non ricordo di averne frequentati altri per parecchi anni, almeno in Italia. Invece all’estero non mancarono occasioni di confronto e talvolta anche di “scontro”, come quando in Bosnia venni inseguito per essermi avvicinato a un accampamento con macchina fotografica. Ricordo, in Guipuzkoa, un militante del movimento antinucleare Eguzki che rivendicava di essere “un basco di origini gitane” e i Tinkers accampati tra il Bogside e il Craigsvon Bridge, a Derry, in Irlanda del Nord (in realtà i Tinkers avrebbero scelto il nomadismo in epoca relativamente recente, per imitazione).
    Nel 1987 proposi ad un settimanale locale di “area progressista” (Nuova Vicenza) alcuni articoli sui campi nomadi del vicentino, via Cricoli in particolare. Visitai, venni invitato a pranzo, partecipai a qualche battesimo, matrimonio e funerale e scattai molte fotografie su richiesta. In una di queste, tempo dopo, riconobbi Paolo Floriani, un ragazzino destinato a morire tragicamente a causa di un inseguimento impietoso da parte della polizia. La sua corsa finì a Debba nel fiume Bacchiglione, in novembre, dopo aver salvato la vita dell’amico Davide che stava per annegare. **
    Come potei documentare, mentre i due sinti fuggivano in motorino per i campi (il giorno dopo restavano ancora i segni delle ruote sull’erba di un vigneto e ne conservo le foto), la polizia aveva sparato, probabilmente in aria. Dal punto dove si era buttato in acqua a quello in cui era annegato c’era una distanza di circa cento metri. Braccato da una riva all’altra, aveva attraversato il fiume quattro volte prima di affogare. Partecipai ai funerali di Paolo e il mio articolo, in cui lo definivo “vittima di razzismo istituzionalizzato, di Stato”, non venne mai pubblicato dal solito settimanale “progressista” (per non aver rogne con le autorità, mi spiegarono). Diventò un volantino di denuncia, firmato dalla sez. di Vicenza della “Lega per i diritti e le liberazione dei popoli” e per quel testo rischiai una querela.*** Ma questa è un’altra storia.
    Gianni Sartori
    * solidarietà, invece, dai compagni del M.A.V. (Movimento anarchico vicentino, ricordo Claudio Muraro, Rino Refosco, i fratelli Anna ed Enrico Za, Laura Fornezza, Stefano Crestanello, Guido Bertacco, Alberto Pento, Gianni Cadorin… che nello stesso periodo difendevano la dignità di altri “marginali”, i reclusi dell’ospedale psichiatrico. Con il sostegno del compianto Sergio Caneva, medico e partigiano.
    ** Per saperne di più vedi: “Nomadi e scomodi” su A, rivista anarchica n. 187, dicembre 1991 e anche “la morte di tarzan” sempre su A, Rivista anarchica n. 206, febbraio 1994
    *** L’autore di un discutibile articolo sulla morte di Paolo, un ex di Lotta Continua, pubblicato dal Giornale di Vicenza non aveva gradito di essere stato “messo in discussione” nel volantino.

    2) Gianni Sartori
    Sempre “in tema” invio questo articolo ripescato dal secolo scorso (ma purtroppo ancora attuale)

    Nomadi e scomodi
    di Gianni Sartori (1991)
    A quattro di distanza dalla morte di Paolo Floriani, il vicentino torna alla ribalta per un nuovo episodio di razzismo contro i Sinti
    In un volantino (che è poco definire infame) il “Movimento Fascismo e Libertà”, fondato dal senatore Giorgio Pisanò e presentato a settembre a Vicenza, attacca duramente perfino il diritto all’esistenza (non parliamo dell’autodeterminazione) dei Popoli Sinti e Rom (quelli chiamati con malcelato disprezzo “zingari” ). Ironizza poi sulla loro cultura, chiedendosi se si possa considerare cultura chiedere l’elemosina, rubacchiare, ecc.. Come se la necessità, le circostanze, l’emarginazione e le persecuzioni subite non potessero almeno in parte non spiegare il “crollo dei valori” anche all’interno delle comuni nomadi.
    È quasi inutile chiedere a Pisanò e seguaci se da parte loro considerano “cultura” il degrado ambientale, le distruzioni delle risorse, le produzioni di morte, la guerra… e tante altre amenità che ci riserva l’evoluto (e stanziale) mondo occidentale… O forse questi fascisti hanno nostalgia delle prodezze imperiali e genocide del ventennio? Non è bastata una Risiera di San Sabba? Sul volantino sono intervenuti molti esponenti democratici vicentini. Lino Bettin, presidente dell’Associazione nazionale partigiani, dice che il Pisanò è una sua vecchia conoscenza (sembra siano stati per qualche anno compagni di scuola) e che esistono norme precise contro la ricostituzione del partito fascista. Da anni è consapevole del pericolo di un ritorno della Destra fascista, ne parlano spesso anche alle riunioni dell’ANPI. Minimizza invece Giorgio Marenghi, giornalista: “In fondo questi sono dei legalitari, hanno il senso dello stato. Non dimentichiamo che il Movimento Sociale Italiano ha fatto da contenitore nei confronti delle spinte eversive…”. A parte il fatto che qualcuno potrebbe parlare piuttosto di “vivaio” vien da ricordare come il legalitarismo non sia una garanzia assoluta nei confronti del razzismo. Per es. in Ungheria le leggi antisemite non furono un prodotto della dittatura. Sono state discusse dal Parlamento ungherese per anni. Le prime norme antisemite vennero emesse nel ’36, “democraticamente”. Le ultime, genocide, nel’ 42. Figuriamoci se con le arie di restaurazione che tirano non sarebbe possibile far passare qualche decreto razzista contro quei quattro gatti di Sinti e Rom (magari “per il loro stesso bene”, tipo riserva indiana). E poi comunque questi proclami neofascisti fanno da supporto ideologico alle azioni squadriste, all’operato delle squadre della morte tipo “Falange Armata”.
    Per Domenico Buffarini, ex-comunista passato recentemente al PSI, auto-nominatosi portavoce degli “zingari ” del vicentino, “la cultura dei Rom non esiste più. Andrebbe favorita la loro disponibilità ad insediarsi, a lavorare”. Precisa: “insediarli e assumerli per gruppi, non individualmente”. A parte il fatto che è sempre opinabile decretare la fine, l’estinzione di una cultura, almeno finché qualcuno dei diretti interessati è intenzionato a mantenerla in vita (pensiamo alla conservazione dell’idioma tradizionale), la proposta del Buffarini sa tanto di omologazione delle Nazioni Sinti e Rom.
    “Popolo” e “nazione”
    E colgo l’occasione per ricordare che per parlare di Popolo e anche di Nazione non è indispensabile la stanzialità, il riferimento ad un territorio preciso (come sostengono i fautori dell’autodeterminazione intesa come “sangue e suolo” e non come processo di liberazione). Tantomeno è indispensabile uno stato. Un popolo si può considerare “Nazione” se si autodefinisce come tale: non ha bisogno, per esserlo o non esserlo, del riconoscimento, del permesso di altri. Tanto meno dei presunti depositari del Diritto dei Popoli.
    Don Antonio Fioravanzo, responsabile vicentino della Caritas, riconosce che anche la comunità cristiana nutre la stessa diffidenza (eufemismo?) degli altri nei confronti degli zingari. Per lui la cultura degli zingari esiste e va conosciuta, rispettata. Bisogna cercare di recuperare i lavori che facevano una volta (il ferro, il rame, i cavalli…) . Solo in questo modo si può arginare il razzismo che si va espandendo a macchia d’olio nel vicentino.
    Sostanzialmente d’accordo anche don Piero Dal Lin, “Costruttore di Pace” e parroco del quartiere di San Pio X.
    A Vicenza i nomadi cosiddetti “stanziali” (nati e cresciuti in città) sono circa un centinaio. Altri 200 circa transitano più o meno regolarmente e sono comunque collegati ai clan fissi. Come è noto il capo clan è della famiglia Dori. Molti, fino a che non è stato introdotto l’obbligo della licenza media per gli ambulanti, si dedicavano appunto a questa attività. Oggi da più parti si propongono corsi professionali, addirittura l’istituzione di scuole apposite (è questa la proposta sia della sezione locale della Liga Veneta che di Buffarini)…
    Chi non fa apparentemente proposte esplicite sono invece i razzisti perbenisti di “Fascismo e Libertà”, anche se fra le righe si intravede fumo di forni crematori. Per una strana combinazione il volantino fascista è stato messo in circolazione a quattro anni esatti dalla morte di Paolo Floriani, il 4 novembre. Osservo che in quella occasione i benpensanti che si indignano (o mostrano di indignarsi) per il lezzo da fosse comuni che emana dal miserabile foglio, non mostrarono lo stesso rispetto per i diritti umani delle minoranze emarginate. Forse, magari inconsciamente, approvavano che un ladruncolo minorenne venisse lasciato (meglio: fatto) annegare dalle forze dell’ordine. In fondo “era morto soltanto uno zingaro”. Dichiararlo esplicitamente è un altro paio di maniche: i soliti sepolcri imbiancati.
    Chi ha ucciso Paolo Floriani?
    Paolo Floriani era un ragazzino sedicenne, del campo dei Sinti di via Cricoli (Vicenza) . Il 4 novembre 1987 venne intercettato da un’auto della polizia, alla ricerca degli autori di un furtarello, nei pressi di Debba. Paolo si trovava a bordo di una moto con un compagno, Davide. Riconosciuti come Sinti (e quindi presunti colpevoli) vengono inseguiti. Subito dopo il bar Tom e Jerry lasciano l’asfalto, attraversano il cortile di una fattoria e si allontanano per i campi lungo un vignale, in direzione del fiume Bacchiglione.
    La polizia prosegue la caccia ed esplode vari colpi di arma da fuoco, presumibilmente in aria. Ma è probabile che Paolo e Davide non si siano voltati a controllare. Ricordo che nei giorni successivi a Debba e dintorni si parlava insistentemente di “numerosi colpi di arma da fuoco”. Una conferma mi fu data da Matteo, il contadino che se li era visti piombare come disperati nella “corte” e proseguire per i campi. Arrivati al fiume, nonostante il freddo e la corrente, ovviamente terrorizzati dai colpi e dalla prospettiva dell’inevitabile pestaggio, i due si tuffano. Paolo è già sull’altra riva, in salvo, quando si accorge che Davide, che non si era levato il casco, sta annegando. Torna indietro e 1o riporta sulla riva da cui si erano tuffati (orograficamente la sinistra). Poi riprende ad attraversare il fiume ma giunto di nuovo sull’altra sponda trova ad attenderlo uno dei tre poliziotti che nel frattempo avevano superato il Bacchiglione sul ponte di Debba. Praticamente circondato, tenta ancora di allontanarsi a nuoto ma scompare a poca distanza dalla riva sinistra. Almeno ad una cinquantina di metri dal punto dove si erano tuffati. L’osservazione non è fuori luogo dato che poi in sede processuale (Davide, il sopravvissuto venne arrestato, processato e assolto) si sostenne che Paolo era affondato e annegato subito, appena saltato in acqua, “dimenticandosi” della triplice attraversata compiuta dal ragazzo braccato e dell’accanimento degli sbirri.
    Il luogo venne a suo tempo ben identificato dal sottoscritto. Sull’erba bagnata c’erano ancora le orme evidenti e i segni della fuga. Scomparivano in riva al fiume una cinquantina di metri prima del punto dove Paolo era affondato ( e dove adesso c’è una croce con lapide posta dai Sinti). Della cosa, come ho detto, l’opinione pubblica non si preoccupò più di tanto.
    Il giornale “progressista” del vicentino, Nuova Vicenza, ignorò semplicemente il fatto per quanto clamoroso (nonostante fosse stato debitamente informato dal sottoscritto), mentre quello “conservatore” (“Il giornale di Vicenza”) preferì chiedersi ipocritamente da dove potesse mai provenire tanta disperata determinazione a non voler cadere nelle mani della polizia da parte di un ragazzo “…che se si fosse lasciato prendere, in quanto minorenne, se la sarebbe cavata solo con qualche giorno d’arresto”. Evidentemente, come ogni suo coetaneo Sinti o Rom, Paolo aveva già imparato a sue spese che le garanzie costituzionali valgono “con riserva” nel caso che il fermato o l’arrestato siano “zingari”. In sostanza temeva di subire un pestaggio, di cui proprio quell’anno si erano registrati esempi clamorosi (v. quello al Villaggio del Sole, ad opera, guarda la combinazione, della stessa pattuglia). Certo, se la vittima fosse stata un cittadino italiano a tutti gli effetti, non sarebbero mancati sacrosanti interrogativi e polemiche. Ma soltanto avanzare delle perplessità sulla dinamica dell’”incidente” risultava provocatorio e “destabilizzante” nel caso di Paolo.
    Personalmente invece mi chiedevo, e mi chiedo tuttora, come sia possibile che un giovane capace del gesto tanto generoso e altruista come quello di salvare a proprio rischio l’amico dall’annegamento, possa ridursi a compiere i furtarelli e le scorribande di cui era stato accusato. La risposta, forse, è da ricercare nella reazione dei Popoli nomadi alla situazione di emarginazione e disgregazione a cui sono sottoposte le loro tradizioni culturali e sociali. Le modalità stesse con cui alcuni di questi ragazzi si dedicano a saltuarie attività illegali (spesso assai modeste se confrontate con quelle della delinquenza organizzata) esprimono il senso di una sfida, di una ribellione individuale da parte di chi si riconosce come parte di un popolo da sempre braccato, di una cultura assediata e la cui stessa identità viene quotidianamente negata. Se, come succede spesso nel vicentino, ti negano anche l’acqua, è comprensibile reagire con l’aggressività all’ostilità.
    Una ulteriore conferma, in sostanza, che essendo gli “zingari” i più lontani e diversi dalla cultura dominante ogni loro incontro con questa si traduce in scontro, soprattutto per l’ignoranza e l’arroganza della “comunità maggioritaria” (e del suo apparato statale) nei confronti dei “diversi”. Non è una gran scoperta affermare che nello zingaro non si persegue solo il ladruncolo, reale o presunto, ma l’”Altro” (così come nell’Ebreo si perseguitava ben altro che l’”usuraio”). Con tali premesse non si può certo escludere che talvolta si passi più o meno impercettibilmente dalla lotta contro la piccola delinquenza, spesso minorile, alla pura e semplice repressione delle minoranze non integrate o che, addirittura, si sconfini nel razzismo. Non solo a Vicenza, naturalmente.
    Qualche esempio pro-memoria:
    – Il massacro, previo agguato, di quattro zingari dalle parti di Udine, qualche anno fa.
    – I bambini zingari rinchiusi “per errore” a Poggioreale e a Rebibbia.
    – I numerosi pestaggi, a scopo intimidatorio, subiti da giovani zingari.
    – I campi nomadi distrutti (alcuni addirittura dati alle fiamme) a Roma e dintorni per convincere i Rom a “sloggiare”… ecc.., ecc…
    Centomila zingari
    D’altra parte i precedenti “illustri” qui da noi non mancano se la Serenissima Repubblica di Venezia, con decreto del 1558, premiava con dieci ducati chiunque consegnasse uno zingaro vivo o morto. Basta pensare poi alla sanguinaria persecuzione nazista (circa un milione di morti). Pur riconosciuti come “ariani puri” gli zingari vennero identificati come portatori di una pericolosa ed ereditaria propensione al “vagabondaggio” (esempio evidentemente contagioso di come una comunità possa autorganizzarsi senza bisogno di apparato statale). In Italia vennero rinchiusi nei campi di concentramento a Tossiccia (Abruzzo), a Perdazdefogu (Sardegna), a Campobasso… Per molti la fine del viaggio fu la “Soluzione Finale” nella Risara di S. Sabba (Trieste).
    Attualmente in Italia, tra Sinti e Rom, sopravvivono circa 100.000 zingari: un numero troppo esiguo per suscitare l’interessamento dei partiti. Come gesto di solidarietà con gli oppressi va richiesto che il pieno esercizio dei diritti costituzionali, in particolare dell’art 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.) e dell’art. 6 (“La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”), sia garantito a Sinti, Rom o a tutti i popoli oppressi e/o minoritari. Inoltre che l’art. l6 della Costituzione (“ogni cittadino può circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale…”) non venga continuamente invalidato dall’uso strumentale della legge 27.12.1956 n. 1423 (provvedimenti a carico di persone pericolose per la sicurezza e la moralità pubblica quali malati di mente, intossicati, mendicanti, oziosi e vagabondi…).
    La nuova legge regionale
    Auspico poi che non si tenti di risolvere il “problema” applicando la nuova Legge Regionale (“Interventi a tutela della cultura dei Rom”) come un mero strumento di genocidio culturale. Tale sarebbe infatti se i famosi “campi sosta attrezzati” diventassero l’equivalente delle riserve indiane dove tenere “al sicuro”, sotto tutela e ben controllati questi nomadi incorreggibili, “educandoli” per amore o per forza a cambiare il loro modo di vivere con il nostro. Mi auguro invece che possano garantire ai Sinti e ai Rom di vivere in piena dignità la loro cultura, che è espressione di una diversa interpretazione della vita.
    Per finire devo ricordare che, soltanto qualche prete si interessò e denunciò il caso di Paolo Floriani. Don Lucio Mozzo, direttore della “Voce dei Berici” che ospitò una lettera di denunce e don Mario Costalunga., fondatore dei “Costruttori di Pace” e, all’epoca, parroco di Debba che ne ricordò il martirio nella predica domenicale. Dai laici progressisti meno che niente. Il 7 novembre 1987 Paolo venne sepolto a Padova. Al suo funerale erano presenti 6/7.000 persone. La bara venne portata a spalla per un lungo tratto, sul viale ricoperto da innumerevoli fiori tolti alle decine di corone che la precedevano. Simbolicamente al momento della sepoltura le corone sono state abbandonate completamente spoglie: come dicono i Sinti “quando si muore si lascia tutto: un misero carrozzone come un grande impero”.
    A Debba, sulla riva sinistra del Bacchiglione, è rimasta una piccola croce bianca che nessuna “brentana” potrà mai spazzare via. *
    Gianni Sartori (1991)
    ° nda purtroppo la croce è stata tolta recentemente (nel 2012, mi pare) con la scusa di alcuni lavori sull’argine…

    3) Da un vecchio numero di “A, Rivista anarchica” del febbraio 1994 un’ultima testimonianza

    La morte di Tarzan
    di Gianni Sartori
    Il 23 settembre 1993 Tarzan Sulic, bambino «zingaro» di 11 (undici!) anni muore nella caserma di Ponte Brenta (Padova) per un colpo della beretta 92s in dotazione al carabiniere Valentino Zantoni.
    Lo stesso ha ferito, quasi mortalmente trapassandola al torace, la cuginetta Mijra.
    Su questa morte, da più parti definita «omicidio di stato», si è cercato di stendere un velo poco pietoso, il velo di una «copertura» istituzionale della verità in cui «magistrato, giornali, TV e colonnelli dell’arma hanno giocato il loro ruolo». Questo sostiene il Comitato di controinchiesta che a Padova si è mosso con impegno e determinazione per mantenere aperta l’attenzione su questo gravissimo episodio.
    Al Comitato hanno aderito decine di gruppi, associazioni, singoli ed è in preparazione un video che raccoglie gli elementi della controinchiesta.
    Il Comitato ha messo in discussione la versione ufficiale, quella data per buona dal P.M. dottor Cappellari secondo cui un bambino di 11 anni sarebbe stato in grado di disarmare un ex parà nello spazio di 70 cm e poi, lottando con il carabiniere alto 1.90, caricare la pistola e spararsi addosso.
    «Attualmente – informa il Comitato – il carabiniere in questione è stato sospeso e trasferito, unicamente a sua tutela, non è ufficialmente ancora indagato, mentre la famiglia dei due bambini nomadi ha dovuto spostarsi di molti chilometri, viste le pesanti attenzioni dei tutori dell’ordine».
    Ma gli aderenti al Comitato sono molto critici anche con la stampa che avrebbe «letteralmente banchettato sulla storia del “piccolo ladro”».
    Delusione soprattutto nei confronti degli articoli dell’Unità che non si è fatta scrupolo di usare epiteti puramente spettacolari (come «Tarzan di nome e di fatto») che convalidavano, dandola per scontata, la versione di giudici e carabinieri. Dato che in proposito erano sorti equivoci, colgo l’occasione per dichiarare che il sottoscritto non ha nessuna parentela nè tanto meno affinità ideologica con il corrispondente padovano dell’organo del PDS, Michele Sartori.
    Quelli del Comitato si stanno battendo per ristabilire la verità, perchè dietro a questa tragedia c’é una ben precisa cultura dominante, quella del razzismo, pianificato con leggi e coperture. Come nel caso per tanti versi analogo di Paolo Floriani, il comportamento di polizia e carabinieri nei confronti di «zingari» e immigrati rivela di essere solo uno degli effetti di questa «cultura» diffusa. Alcuni esponenti del Comitato ci hanno illustrato come, in base ai dati da loro raccolti, i «due bambini siano stati chiusi in cella e violentemente percossi».
    Inoltre «le macchie di sangue, i fori sui corpi dei bambini, la perizia balistica, rivelano che il colpo va dall’alto verso il basso». E ancora: «Quanto alle tracce di polvere sulle mani di Tarzan (secondo la perizia del guanto di paraffina) possono significare che ha tentato di proteggersi il viso al momento dello sparo».
    Un altro elemento prodotto dalla controinchiesta è che la pistola (una 92s) è dotata di più sicure; per essere caricata con il colpo in canna ha bisogno di una pressione sul carrello di oltre sette chili e per premere il grilletto, coperto da sicura, ce ne vogliono più di cinque. Inoltre, come poteva scorrere il carrello se (stando alle dichiarazioni dei carabinieri) il bambino impugnava l’arma almeno da una parte? E chi sarà mai la persona che si è presentata all’ospedale pretendendo la consegna del proiettile estratto dal corpo di Mijra? Tutto questo, oltre a smontare la versione ufficiale, alimenta dubbi inquietanti. Se il carabiniere voleva solo intimidire il bimbo, perché oltre ad estrarre la pistola e puntarla addosso a Tarzan, ha anche messo il colpo in canna, togliendo tutte le sicure?
    Grazie all’opera del Comitato sembra che la Procura, dopo aver dichiarato che la versione dell’unica testimone, la bambina (secondo la quale il carabiniere avrebbe sparato a Tarzan) era «inattendibile», abbia intenzione di far marcia indietro.
    Si parla di una possibile incriminazione del carabiniere per «omicidio preterintenzionale». Fonti accreditate spiegano questo cambiamento di rotta con nuove deposizioni rese dal militare. Avrebbe riconosciuto che al momento dello sparo l’arma si trovava saldamente impugnata nelle sue mani. «Qualora tutto questo dovesse essere confermato – dichiara il Comitato di controinchiesta – prende corpo una realtà atroce che va anche al di là delle ipotesi da noi formulate».
    Gianni Sartori (febbraio 1994)

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