Trento: domeniche e beni comuni

Il consiglio comunale di Trento la settimana scorsa ha deliberato l’apertura degli esercizi commerciali sette giorni su sette fino alle ore 22.30. Il dibattito è stato surreale: da parte della maggioranza, Pd in testa, piovevano interventi strappalacrime contrari ad un atto che essi stessi ritenevano illogico e controproducente per i lavoratori e per i piccoli negozi; da parte dell’opposizione alcuni esprimevano la soddisfazione per l’adeguamento alla normativa nazionale mentre altri, come per esempio i rappresentanti della Lega, non nascondevano le loro perplessità ma alla fine sono rimasti in aula a garantire il numero legale di votanti per far passare il provvedimento.
Dopo il voto la stragrande maggioranza dei consiglieri ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Quale pericolo? Quello di non incorrere in presunte richieste di risarcimento di danni da parte di alcune catene della grande distribuzione, che si sentivano ferite nella lesione del principio della libera concorrenza, che in Trentino nell’ambito del commercio è regolato dalla famosa legge Olivi. Durante il dibattito è stato fatto presente che il dirigente del servizio Commercio e cooperazione della P.a.t. Nicoletti aveva rassicurato i rappresentanti dell’assise comunale sull’improbabile efficacia di una qualunque richiesta di risarcimento danni da parte di chicchessia in quanto questi, se avessero seguito la legge Olivi, non avrebbero fatto altro che applicare una legge provinciale in vigore e mai impugnata dal governo Monti ma nemmeno l’intervento del massimo responsabile tecnico della P.a.t. in materia ha rasserenato gli animi tormentati dei consiglieri: la delibera doveva passare. Punto e basta.
Il merito delle questioni non conta come ben esplicitato da un componente del Pd, votato dai lavoratori, che al termine del suo accorato intervento si lasciava scappare davanti ad alcuni presenti che non poteva non votare a favore del provvedimento perché fa parte della maggioranza.
A questi rappresentati comunali è opportuno ricordare che non è sufficiente tutelare solo il proprio patrimonio finanziario ma che è necessario tutelare quello dei cittadini. Per fare un esempio: secondo il referendum nazionale che ha sancito la ripubblicizzazione dell’acqua e la recentissima sentenza del consiglio di stato che ha confermato l’illegittimità del fare profitto sul servizio idrico integrato, vanno dati di ritorno ai cittadini gli utili conseguiti da luglio 2011 da parte della società di capitali che gestisce questo servizio pubblico con l’autorizzazione del consiglio comunale. Ad ora non risulta che sia stato fatto e questo rappresenta un’evidente disparità di trattamento a cui i consiglieri comunali devono porre assolutamente rimedio altrimenti saranno costretti a pagare di tasca loro.
Mirko Sighel

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