La casta, i manager e l’aventino

Mentre la politica, con uno sguardo rivolto ad un provabile nuovo ricorso alle urne, è impegnata nelle difficile trattativa per dare un governo al paese la crisi si aggrava la disoccupazione cresce, le liste di mobilità si allungano, le chiusura di aziende e negozi (1000 al giorno) continuano, calano le retribuzioni e ormai il sidacato sembra relagato ad una politica contrattuale a rendere.
Ai neo eletti parlamentari sembra non interessare il fatto che l’assenza di un governo viene pagata pesantemente dai lavoratori, dagli artigiani e dai cittadini.
Mentre nei palazzi romani e sulla stampa tiene banco la scelta fatta da Grasso e Boldrini di ridursi lo stipendio del 30% con relative polemiche passano in secondo piano i privilegi di un’altra casta: quella dei manager.
Gli emolumenti dei manager (bancari, industriali, ecc) non sembrano sentire la crisi.
Il fatto quotidiano riportava ieri i dati sulla Fiat, la quale mentre continua a perdere quote di mercato in Europa ( -16% nel 2012), cancella diritti e pause per i suoi 86.000 dipendenti e con la complicità di Fim Uilm e Fismic “concede”, a fronte di ulteriori flessibilità non contrattata, ben 40 (quaranta) euro mensili lordi di aumento (escludendo i cassa integrati) ai suoi manager concede aumenti da capogiro:
Marchionne nel 2012 ha percepito 7,4 milioni di euro (374 volte un suo dipendente) con un incremento di quasi il 50% sul 2011. Inoltre questo “grande” manager che ha fatto “piccola” la Fiat (ha chiuso 3 fabbriche in Italia) ha ricevuto 46 milioni in azioni. A queste cifre si deve aggiungere 1,1, milioni di dollari ricevuti in qualità di amministratore della Chrysler.
Montezemolo ha ricevuto 5,53 milioni e Jhon Elkann 1,46 milioni di euro ai quali vanno aggiunti 2 milioni di euro percepiti in qualità di presidente della Exor, finanziaria della famiglia Agnelli.
Operaio Fiat: retribuzione media 19.800 euro annui lordi se ha la fortuna di lavorare tutto l’anno ma per molti lavoratori Fiat questa cifra viene falcidiata dal massiccio ricorso alla cassa integrazione da parte della multinazionale torinese.
Mentre crescono le retribuzioni dei manager e le loro liquidazioni da nababbi, in questo paese calano occupazione e salari, diminuiscono i consumi e la disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto la soglia del 40%, aumenta precariato e lavoro nero e riprende fiato il modello industriale fallimentare “assumo e con la stessa velocità licenzio” incentivato dalla riforma Fornero.
In questo quadro di forte ingiustizia, di iniquità sociale e di paralisi economica si nota un grande assente: Il sindacato confederale e la CGIL in particolare che dopo aver subito passivamente la cancellazione dell’articolo 18 e un pesante smantellamento dei diritti sul e nel lavoro, sembra aspettare un poco provabile “governo amico” sul quale la Camusso ha puntato tutte le sue carte.
Ma mentre la Cgil aspetta i lavoratori vedono peggiorare ogni giorno le loro condizioni economiche e di lavoro, vedono aumentare l’arroganza dei padroni e dei capi sulla catena di montaggio, vedono calare salari e diritti, vedono i loro figli disoccupati o destinati ad un lavoro precario, sottopagata e spesso in nero.
E’ una situazione paradossale e nello stesso tempo sconcertante che vede la scomparsa della CGIL dalla scena politico-sociale dell’Italia in una specie di ritirata sull’avventino per sottrarsi ai suoi obblighi di sindacato che sono quelli di di difendere i lavoratori davanti all’acuirsi della crisi.
Il padronato ne approfitta e spesso usa il sindacato per costringere i lavoratori a restituire diritti e quote di salario in cambio di fumosi impegni occupazionali. Ormai sono troppi gli accordi sindacali sottoscritti solo per restituire pezzi di salario e conquiste importati come le pause o la mensa. L’accordo do Pomigliano non si è esteso alla sola Fiat ma sembra essere diventata la strada maestra, fatta propria anche dalla Cgil e da settori sempre più ampi della Fiom su cui Landini sembra non abbia nulla da dire.
Credo che un congresso straordinario sia non più rinviabile per far uscire la Cgil da questa ambiguità politica che sta distruggendo il lavoro e la sua dignità.
Ezio Casagranda

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