Jobs act e ruolo del sindacato

sciopero3A proposito di riforma del lavoro, domenica scorsa il giornale L’Adige riportava un fondo del suo direttore Giovanetti intestato “Sindacato al bivio: cambiare o sparire”.
Partiamo subito col dire che ne condividiamo il titolo, anche se per motivazioni opposte a quelle sostenute dal direttore de L’Adige.
Infatti le politiche di concertazione, la condivisione delle politiche europee dell’austerità, le politiche del male minore davanti ai pesanti attacchi portati al diritto al lavoro dai governi – da Prodi a Berlusconi, passando per Monti e Letta – hanno generato nell’opinione pubblica l’idea dell’inutilità del sindacato confederale, ormai incapace di tutelare i lavoratori in azienda dove, con la loro complicità, sono aumentati ritmi e saturazioni, mentre il salario è restato fermo al palo, accettando la privatizzazione dello stato sociale, sempre più costoso ed inefficiente e spesso fonte di corruzione e malaffare.
Giovanetti sostiene che il sindacato deve cambiare e per cambiamento intende la totale e incondizionata subordinazione del lavoro al profitto (cancellando, oltre l’articolo 18, anche l’articolo 41 della Costituzione nella parte in cui richiama la responsabilità sociale dell’impresa) e di accettare una maggiore “flessibilità” derivante dallo stravolgimento dei pilastri dello Statuto dei Lavoratori (articoli 4, 13 e 18, appunto) imposto dal JOBS ACT di Matteo Renzi. Quindi non solo libertà di licenziare, ma anche controllo a distanza e demansionamento del lavoratore.
In sostanza per Giovanetti il sindacato può sopravvivere solo se si trasforma in semplice appendice della volontà aziendale e quindi abbandonare definitivamente il compito di essere portatore di valori, interessi e culture alternative al liberismo.
Dobbiamo proprio dire che Giovanetti è ingeneroso verso il sindacato confederale, il quale non solo è stato complice e artefice del sistema di precarietà oggi esistente, ma è andato oltre introducendo il “lavoro gratuito” come all’Expo di Milano, salito agli onori della cronaca per questo accordo immondo e per i livelli di corruzione raggiunti.
Quindi è proprio il direttore de l’Adige ad essere rimasto indietro rispetto ai confederali; loro ormai sono alla pratica del lavoro gratuito e senza diritti. L’importante è che queste nuove forme di lavoro servile siano concordate.
Noi invece pensiamo, e ci dispiace deludere Giovannetti, che il sindacato debba riprendere il suo ruolo naturale di difensore della parte più debole della società, il lavoro, i disoccupati, i giovani, le donne e tutti gli sfruttati da questo sistema capitalista che tutto mercifica e che tutto distrugge: ambiente, persone, dignità e futuro.
Al contrario di Giovanetti, restiamo convinti che solo la ripresa della lotta per un nuovo modello sociale, alternativo al liberismo della troika europea, potrà cambiare questa situazione di crisi sociale, politica e democratica e quindi allargare i diritti a tutti, giovani, anziani, donne e precari unificando il mondo del lavoro.
Se Renzi ed il suo governo ci vogliono tutti precari, senza diritti e con salari da fame, togliendo ai giovani anche la speranza di un lavoro sicuro e quindi la possibilità di programmarsi un avvenire migliore, noi riteniamo che non serva la concertazione, ma si debba riprendere la lotta per respingere il disegno del governo, in quanto socialmente e culturalmente devastante. Per questo siamo convinti che quanti sostengono che l’articolo 18 sia una specie di totem o una battaglia ideologica, dimostrano malafede o di non conoscere a fondo cosa significhi questa norma sia per la dignità del lavoro, sia per l’economia intera.
Se oggi un lavoratore non ha la certezza del lavoro difficilmente contrarrà un mutuo di 20/30 anni al fine di acquistare o ristrutturare casa, alla faccia del rilancio edilizio; difficilmente potrà indebitarsi per mandare i figli all’università, così riducendo ulteriormente il numero dei laureati; le aziende, potendo contare sul libero licenziamento per ridurre il costo del lavoro, limiteranno al minimo gli investimenti con buona pace per chi ritiene fondamentale aumentare questi ultimi in ricerca ed innovazione come condizione per la ripresa; il lavoratore sarà portato al risparmio per paura di perdere il lavoro senza giustificato motivo, con conseguente ulteriore crollo dei consumi.
Infine ricordiamo a Giovanetti, come a Renzi ed agli altri cantori del liberismo, che nel referendum del 15 giugno 2003 loro hanno votato NO all’estensione dell’articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti, magari sostenendo che il prevalere del SI avrebbe “impedito alle aziende di creare nuovi posti di lavoro di restare competitive sul mercato e, quindi, di contribuire al processo di sviluppo della nostra economia”.
La storia di questo decennio ci racconta esattamente il contrario: la disoccupazione è salita al 13%, quella giovanile sfiora il 45% ed i salari hanno perso oltre 10 punti del loro potere di acquisto.
Nonostante la realtà abbia spazzato via queste falsità ideologiche sparse a piene mani negli anni scorsi, oggi il governo, con la stessa arroganza e spocchiosità di allora, ci racconta che la cancellazione dell’articolo 18 sarà la soluzione di tutti i mali di cui soffre l’Italia.
Noi il 24 ottobre scendiamo in sciopero per contestare il JOBS ACT e l’aggressione generalizzata ai diritti sul lavoro sia privato che pubblico, contrastando questo rinnovato profondo attacco portato dal governo Renzi, in nome e per conto della BCE e dell’Unione Europea che, per offrire qualche spiraglio di flessibilità economica e di scostamento dai micidiali parametri europei, pretendono la definitiva e totale deregolamentazione della normativa del lavoro, la drastica riduzione della funzione sociale della pubblica amministrazione, la privatizzazione del sapere, la riduzione dei salari e la totale precarizzazione.
Una società del diritto si fonda anche sul principio che nessuno deve essere condannato o licenziato ingiustamente.

U.S.B. e S.B.M. di Trento

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