Il Treno della Memoria

Breve inquadramento storico Gli ebrei sono stati oggetto di discriminazione per secoli. La popolazione ebraica contava all’inizio del Novecento circa 13 milioni di persone in tutto il mondo, di cui 11 milioni in Europa. Le comunità più numerose si trovavano a Est, nell’impero zarista e nei territori orientali dell’impero austro-ungarico. Sebbene in molto paesi essi avessero raggiunto l’uguaglianza giuridica, la propaganda anti-semita durò per tutto il Novecento. Il nazionalismo delle potenze europee tra Ottocento e Novecento si caratterizzò per l’ostilità sia nei confronti delle potenze straniere sia nei confronti del nemico interno, che negli anni ’30 del Novecento prese la forma dell’ebreo. Nella cultura popolare erano radicati antichi pregiudizi che affondavano le loro radici nei miti medievali dell’ebreo deicida, a causa della crocifissione di Cristo, traditore per denaro, e nell’immagine dell’ebreo avido e usuraio, detentore di ricchezze non sue; nel corso dei secoli, specialmente nel Medioevo, sono state numerose le violenze dei cristiani nei confronti degli ebrei. Durante il Novecento però, l’avversione verso gli ebrei assume nuovi attributi: si caratterizza per i criteri di razza e non si fonda più solo su leggende e credenze, ma trova un presunto fondamento nelle scienze biologiche. I pregiudizi e il fondamento “scientifico” della diversità degli ebrei, benché falsi, porteranno alle politiche razziali, alle deportazioni allo sterminio. Nel 1938, mentre vengono approvate le leggi razziali in Italia, le discriminazioni in Germania si fanno sempre più marcate: nuove disposizioni impediscono agli ebrei l’accesso a qualsiasi attività commerciale pubblica e privata e di fatto li estromettono da tutti i ruoli economici e civili della società. Nei mesi successivi vengono allontanati dalle manifestazioni pubbliche e dai luoghi di svago: cinematografi, teatri, concerti e conferenze: dalla fine del 1938 la popolazione ebraica viene privata permanentemente del diritto all’istruzione. Il popolo tedesco “educato” da anni di legislazione discriminatoria e da un’incalzante propaganda antisemita passa all’azione. Nei progrom del novembre 1938 le vetrine di migliaia di negozi ebrei vengono infrante e le sinagoghe date alle fiamme. E’ la “notte dei cristalli”, la Kristallnacht”. Ai non ariani viene imposto il coprifuoco alle otto di sera. Il clima in Germania è ormai di terrore. La mossa successiva è trasferire a forza gli ebrei in quartieri ed edifici facilmente controllabili, ammassati in spazi ridottissimi, dove iniziano subito ad essere decimati dalle epidemie e a morire a migliaia per la carenza di cibo e l’assenza di cure mediche. Nell’autunno del 1941 viene infine imposto agli ebrei di portare cucita sugli abiti la “Stella di David”, di panno giallo, a partire dai sei anni di età, per mostrare la propria appartenenza etnica. Viene inoltre proibita l’emigrazione e tutti i patrimoni vengono confiscati. Infine, la svolta della politica razziale del Reich: la deportazione e l’eliminazione fisica degli ebrei, chiamata anche in gergo “liquidazione”. L’evoluzione del sistema concentrazionario nazista si può dividere in più fasi che seguono l’evolversi delle politiche e dell’espansione del Terzo Reich. Durante la prima fase, tra il 1933 e il 1936, l’apparato concentrazionario è utilizzato come strumento persecutorio e repressivo contro gli avversari politici. In questi anni vengono creati i primi campi, in particolare il lager di Dachau (1933), situato vicino a Monaco di Baviera, che diventa un modello per tutti gli altri: la classificazione dei detenuti, l’uso del lavoro come strumento di terrore e il sistema graduale di pene, fino alla pena di morte, rispondono ad un regolamento che si basa sull’arbitrio delle SS e lo istituzionalizza. La struttura si radica tra il 1936 e il 1939. Vengono chiusi tutti i campi precedenti tranne Dachau, mentre vengono costruiti Sachsenhausen nel 1936, Buchenwald nel 1937, Flossenburg e Mauthausen nel 1938, Ravensbruck nel 1939, in prossimità di cave o miniere, comunque vicini a luoghi legati alla produzione di materie prime. Aumentano le categorie di persone arrestate e spedite nei campi: coloro che vengono definiti “renitenti al lavoro” o “asociali”, e molti sono gli ebrei internati già dal 1938, dopo la “notte dei cristalli”. Le loro condizioni di vita sono decisamente peggiori rispetto a quelle degli altri internati e la loro mortalità già alta. L’inizio della guerra vede il proliferare di campi al di fuori della Germania perché il numero dei deportati aumenta a dismisura a causa della deportazione dai territori occupati. Nel 1940 è la volta di Auschwitz, in Polonia. Intorno ai nuovi campi si sviluppa tutto un sistema di sotto-campi e la manodopera schiava viene sfruttata da industrie importanti. I detenuti di Auschwitz lavorano per la IG Farben, di cui allora faceva parte l’attuale colosso farmaceutico della Bayer; quelli di Ravensbruck lavoravano per la Siemens. Nel gennaio 1942 la conferenza di Wannsee stabilisce la sistematizzazione dell’eliminazione fisica di ebrei e zingari. E’ la cosiddetta “soluzione finale” che comporta un sistema di campi di sterminio intesi non più come campi di reclusione e lavoro schiavistico , ma come luoghi atti all’uccisione di massa. Particolarmente significativa è la Aktion Reinhard, la sistematica eliminazione degli ebrei polacchi, tra il marzo 1942 e il novembre 1943. L’operazione fu così chiamata in onore di Reinhard Heydrick, capo della polizia di sicurezza nazista e presidente della conferenza di Wannsee, ucciso nel 1942. Perchè sorsero molti campi in Polonia? Alcuni dei maggiori lager nazisti si trovano sul territorio che prima del 1939 apparteneva alla Polonia. Sono diverse le cause che hanno determinato questa scelta: in Polonia c’erano diverse comunità ebraiche e i prigionieri potevano essere condotti velocemente nei lager, grazie anche alla buona rete ferroviaria polacca. Il territorio è ricco di foreste , molte aree sono disabitate e tutto ciò aiuta a tenere nascosto lo sterminio. Inoltre si conta sul forte antisemitismo polacco, che affonda le radici in un profondo antie-ebraismo cattolico: si crede che i polacchi rimarranno in parte indifferenti al genocidio. IL TRENO DELLA MEMORIA AUSCHWITZ-BIRKENAU “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”- Primo Levi. Dodici anni: i lager nazisti non sono stati un incidente della storia, ma il punto di arrivo di un progetto di annientamento dell’”altro”, un obiettivo consapevolmente cercato e raggiunto. Dodici anni separano l’apertura del primo campo, Dachau, dalla liberazione dell’ultimo, Mauthausen. Auschwitz è diventato il simbolo di tutto questo, nella sua tragica centralità, nella sua unicità, nella sua perversa perfezione, nel suo ordine immorale. Il Treno della Memoria, grazie all’associazione Terra del Fuoco di Torino, ha iniziato il suo viaggio nel 2005, per provare a far capire ai giovani questo baratro senza fondo, questa ferita non più rimarginata dell’età contemporanea, della Storia, della nostra Storia. Ad Auschwitz si recano annualmente oltre 70mila persone, tra cui 10mila italiani. Il Treno è diventato via via una realtà nazionale, una comunità viaggiante di migliaia di ragazzi da tante regioni italiane che vive l’esperienza tragica e indimenticabile che abbiamo vissuto noi, un esperienza da cui si esce profondamente e inevitabilmente cambiati, che consegna gli strumenti per capire, vedendo e ascoltando, quello che è stato a ragione definito “l’inimmaginabile”. I nostri tanti ragazzi che hanno affrontato il viaggio, scegliendolo con cognizione di causa e approfondendo in un percorso il tema della Shoà, avranno acquisito sicuramente uno strumento in più per capire il nostro passato, per affrontare il presente e diventare responsabili del proprio futuro e di quello dell’umanità. Negli anni è capitato che i ragazzi camminassero a fianco di persone, sopravvissute, che lì hanno passato mesi, anni e che hanno avuto il coraggio e la fortuna di avere salva la vita, e la forza di testimoniare. Ora sono per lo più i parenti degli internati a svolgere questo ruolo. Ma affidarsi ai ricordi e alle emozioni non è sufficiente. Bisogna tornare a casa e informare la nostra esistenza e il nostro agire quotidiano della lezione appresa. Questo è il senso ultimo del viaggio. Da “Auschwitz- Storia del Lager, 1040-1945” di Otto Friedrich. “Nell’estate del 1949 Henirich Himmler pianificò la costruzione di un nuovo campo di prigionia in un angolo sperduto della Polonia meridionale, nella valle paludosa dove la Sola incontra la Vistola, una cinquantina di chilometri ad ovest di Cracovia. Il luogo scelto dai suoi collaboratori era ben lungi dall’essere ideale. Nei pressi della cittadina di Oswiecin si trovava una caserma abbandonata dell’artiglieria austriaca, un agglomerato di circa venti costruzioni in mattoni a un solo piano, per la maggior parte sporche e malconce. L’ambiente circostante, ai piedi dei primi contrafforti collinari dei Carpazi, era straordinariamente bello, un mosaico di stagni punteggiati di fiori selvatici, ma secondo il rapporto reso a Berlino da una commissione di stretti collaboratori di Himmler, totalmente inadatto a ospitare un grande campo di prigionia: la falda acquifera era inquinata, le zanzare un incessante tormento, le costruzioni praticamente inutilizzabili.“ Il campo fu affidato al comandante Hoss che lo ispezionò il 29 aprile 1940 e decretò che “era proprio lontano, a casa del diavolo”. Hoss era un uomo notevole, come può presumibilmente esserlo chi confessi di essere personalmente responsabile della morte di tre milioni di esseri umani. Pare sia stato lui a ideare il famoso motto sarcasticamente macabro che sovrasta l’entrata di Auschwitz: “Il lavoro rende liberi”, attribuendogli un accezione di natura mistica: la libertà spirituale che deriva dal sacrificio di sé nella totale dedizione al lavoro. Non intendeva certo una promessa di libertà per coloro che avessero lavorato alacremente. Hoss era molto religioso, andava infatti in pellegrinaggio a Lourdes. “Mi fu insegnato-scrisse- che il mio primissimo dovere era intervenire per portare aiuto ovunque fosse necessario. Non trascurarono mai di ricordarmi che era mio dovere obbedire immediatamente ai desideri dei genitori, degli insegnanti, dei preti, dei superiori.” Lo fece alla grande, non c’è dubbio. Viveva in una bella villetta, piena di fiori coltivati dai detenuti, nei pressi del campo, con la moglie e cinque bellissimi bambini biondi. Morì impiccato, dopo la condanna a morte da parte di un Tribunale polacco, nel campo di Aushwitz, il 16 aprile del 1947. Aveva 46 anni. Nei mesi di carcerazione scrisse un’ interessante autobiografia che è considerata il più importante documento contro il negazionismo. Forse il fatto più terribile di tutta la storia di Auschwitz è che nessuno sa quante persone vi siano state uccise. Hoss si attribuì la responsabilità per oltre due milioni e mezzo di persone più un altro mezzo milione per fame e malattie. La razione tipo di cibo era infatti costituita da un tazzone di caffè d’orzo al mattino, una brodaglia con patate, rape e barbabietole a pranzo e un pezzo di pane per cena. Quando tutto andava bene. Era stata studiata dai nutrizionisti e prevedeva la morte certa per consunzione entro sei mesi. L’ abbiamo potuta vedere in una vetrinetta nel Museo di Auschwitz. Hoss disse che personalmente non aveva mai saputo il numero totale di morti e nel corso del processo che gli f intentato ridusse la cifra a 1.135.000. Gli storici del Museo Di Auschwitz stimano un totale di 4 milioni di morti. I nazisti, che registravano tutto e tutti meticolosamente, bruciarono però i documenti prima di lasciare il campo. Dunque Auschwitz è prima di tutto un luogo. Esiste, anche se una grande preoccupazione dei nazisti è stata quella di cancellare tutte le tracce; ma non hanno potuto abolire le memorie e, sotto le mimetizzazioni- i ruderi dei forni crematori e delle immense camere a gas di Birkenau, le foreste giovani di erba novella a primavera, là dove la natura ha fatto il suo corso riprendendosi la bellezza e l’armonia-, è possibile ritrovare le orribili realtà. In quella prateria verdeggiante, che vediamo nelle foto, c’erano delle fosse a forma di imbuto dove i camion gettavano gli ebrei asfissiati durante il percorso. In quel fiume così bello, azzurro chiaro, si gettavano le ceneri dei cadaveri calcinati. Ecco le tranquille fattorie dalle quali i contadini polacchi potevano udire e anche vedere ciò che succedeva nei campi di sterminio. L’odore acre proveniente dai forni si sentiva a una distanza di 15 chilometri. E qui ci sono i villaggi dalle belle case antiche da dove è stata deportata tutta la popolazione ebrea polacca. Davanti ai nostro occhi compare la ferrovia maledetta che ha condotto migliaia di convogli nel “nessun luogo”, Birkenau, foresta di betulle leggere, palpitante di voli, racchiusa tra chilometri di doppi e tripli fili spinati elettrificati dove in tanti hanno trovato la morte, crocifissi alla loro disperazione. I nostri piedi calpestano le “rampe” dalle quali migliaia di vittime, tra i bastoni e il ringhio dei cani lupo, erano sospinte verso la camera a gas. Mi colpisce il fatto che gli ebrei, inconsapevoli di dove sarebbero andati, pagavano attraverso le agenzie di viaggio la loro deportazione, con sconti comitive! La guida racconta con voce piana, addolorata ma senza enfasi, l’apertura dei treni blindati provenienti da tutta l’Europa, che avevano viaggiato anche per alcuni giorni. Dove ora noi stiamo ascoltando il racconto, avveniva la caduta a terra dei cadaveri dai treni, si gridava la sete, la fame, l’ignoranza mista alla paura E poi la perdita della dignità: il denudamento, la disinfezione, l’apertura delle camere a gas, il taglio dei capelli, prima della morte orribile con lo Ziklon B., tra le feci, il vomito, il sangue. Niente di troppo breve e di indolore come qualcuno ha voluto far credere. Ad Auschwitz- Birkenau morivano 10/12 mila persone al giorno, ma i forni non riuscivano a smaltirne più di trecento. Un bel problema per l’ordinato, efficiente comandante Hoss. Franz Suchomal, ufficiale SS a Treblinka, interrogato sulla quantità giornaliera di ebrei morti afferma: “Diciottomila? E’ troppo, esagerato, potete credermi! Da dodici a quindicimila sì.” Risponde con voce calma e controllo emotivo, dicendo così a chi lo ascolta che lui era lì solo per svolgere un lavoro, “un lavoro come un altro”. Ma i nazisti si limitavano a sorvegliare e ad organizzare: il “lavoro sporco” nei campi toccava a coloro che facevano parte dei Sondercommando, prigionieri come gli altri costretti a far funzionare la macchina di morte, gas, forni, sepolture. Godevano, momentaneamente, di qualche privilegio, ma anche per loro la morte era, prima o poi, una certezza. Alcuni di loro sono sopravvissuti per testimoniare dall’interno dell’orrore, nel silenzio assoluto della macchina dello sterminio. Philiph Muller, che ha trascorso tre anni nelle camere a gas ebbe a dire: “Eravamo ormai dei “portatori di segreti”, dei morti in sospeso. Non potevamo parlare con nessuno. Solo provare a consolare, mentire alle vittime per addolcire la fine”. Ma chi erano i nemici del nazismo? Uno dei principale obiettivi del nazismo fu quello di operare una ristrutturazione politico-etnico-razziale del Reich, attraverso la riunificazione nei territori tedeschi che per ragioni storiche e politiche si trovavano fuori dalla Germania, delle comunità di sangue germanico, Volkgemeinschaft, considerate di razza biologicamente superiore. Questa politica della nazionalità e della razza portò inevitabilmente all’eliminazione di quei settori della popolazione considerati pericolosi per il Reich. Il nazismo individuò due grandi categorie di nemici. La prima fu costituita dagli oppositori politici interni ed esterni, come i socialisti e i comunisti, che avevano ideologie differenti da quelle nazional-socialiste, poi i cattolici e i Testimoni di Geova, che si rifacevano a valori diversi. L’altra categoria considerata pericolosa era formata da tutti coloro che rappresentavano una minaccia solo per il fatto di esistere: individui appartenenti a gruppi etnici e razziali diversi da quello ariano. Erano considerati impuri e biologicamente inferiori tutti gli ebrei: minavano la purezza della razza e detenevano parte del potere economico. Erano considerate impure tutte le popolazioni slave, gli zingari, rom e sinti, i neri, gli omosessuali. Ma anche gli asociali, inadatti al lavoro, le prostitute, i criminali. E fuori da canoni nazisti si situavano anche i portatori di handicap e i malati di mente. Molti di loro arrivano ad Auschwitz, che dal 1941 comincia a funzionare come campo di concentramento. Si costruiscono anche molti sotto campi. Nel gennaio del 1942, la conferenza di Wannsee stabilisce dunque la definitiva eliminazione fisica di ebrei e zingari. E’ la cosiddetta “soluzione finale” che significa dotarsi velocemente di strutture atte a sterminare. Fu la sistematica eliminazione degli ebrei polacchi deportati dai ghetti, che erano già l’anticamera della morte. A migliaia gli ebrei, murati vivi, ridotti in spazi infinitesimali, con razioni di cibo insufficienti e privi di cure mediche, morivano per le epidemie di tifo e per la consunzione. La storia dei ghetti è narrata in modo esemplare dalla bellissima mostra interattiva che si trova a Cracovia, nella ex fabbrica di Schindler, trasformata in luogo della memoria, che con i ragazzi abbiamo visitato il giorno della visita al ghetto ebraico. Lì gli ebrei di Cracovia erano stati confinati dopo essere stati scacciati dal bellissimo quartiere ebraico Kasimiro, dal nome di un re polacco lungimirante che aveva concesso loro diritti e dignità, dove vivevano da centinaia di anni. All’epoca, gli ebrei polacchi erano oltre un milione, ora ne sono rimasti un migliaio di cui solo cento a Cracovia . L’ultima parte del sistema concentrazionario parte dalla liberazione dei primi campi, in particolare di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. E’ il periodo più confuso, durante il quale gli schemi di gestione saltano, le esecuzioni, in particolare di ebrei ungheresi, si fanno furiose e si cerca di smaltire velocemente quanto resta di un’ umanità non più degna di questo nome. I prigionieri sono costretti a distruggere i forni di Birkenau e le camere a gas delle quali restano ora pochi ruderi, i campi evacuati, con il trasferimento dei prigionieri più in salute, in marce forzate nelle quali quasi tutti i deportati, privi di cibo e di vestiti, indeboliti dalla detenzione, muoiono o vengono uccisi a pistolettate dai nazisti non appena cadono a terra. A migliaia restano ai bordi delle strade, come conferma il comandante del campo Hoss che ne segue in auto il percorso. Sono marce della morte, incalzate dall’avanzare dei russi. Nel campo restano i malati, larve umane che pesano dai 25 ai 35 chili, bambini scampati alla gassazione, di cui abbiamo visto le gigantografie appese ai muri. Quasi tutti moriranno dopo la liberazione del campo. Nella visita ad Aushcwitz, ciascuno di noi si è segnato il nome, dopo aver visto la fotografia, di un persona. Sono visi giovani e anziani, scavati dal dolore e dalle privazioni, sono occhi senza luce, sono facce di una tristezza infinita che restano impigliate nel cuore. Ora siamo nel campo di Birkenau e cala la sera. Un bel tramonto rosato che accarezza la terra nuda e gelata, i rami spogli delle betulle e dei pioppi piantati dai nazisti per nascondere l’orrore dei crematori. Ciascuno di noi farà risuonare quel nome al microfono. “Kristyna, io ti ricordo”. Sento la mia voce come se venisse da lontano e andasse molto lontano, e la voce accorata e commossa dei ragazzi e delle ragazze che porteranno a casa e nel cuore la memoria di un volto e di un nome: erano tutte persone come noi. Avevano una famiglia, degli affetti, una città, un paese, una nazione. Un vita. Ecco, ora Auschwitz non è più il luogo indistinto dello sterminio di massa. E il luogo di ciascuno di loro. Corpo, anima, vita e morte. Torniamo lentamente, mentre l’aria si fa sempre più gelida e il respiro sembra fermarsi. Solo bisbigli, occhi lucidi, qualche ragazza piange aggrappata agli amici. Le baracche di Birkenau sono ancora peggiori di quelle di Auschwitz, che almeno erano in muratura. Sono stalle di legno, piene di fessure e spifferi. I miseri letti a castello erano privi di materassi e coperte. Lì vivevano ammassati, in quattro per letto, donne, bambini, zingari e, verso la fine, gli ebrei cecoslovacchi. Ad Auschwitz abbiamo visto l’indicibile: vetrine colme di capelli intrecciati al vello di pecora, animale con animale, che servivano a fare i materassi per i marinai tedeschi. E trecce di bambina, bionde, castane, nere: i capelli sottili e teneri dell’infanzia. Centinaia di valigie con nomi di persone vere, indirizzi e numeri scritti con il gesso. Alcune modeste, altre più lussuose. Le mamme vi avevano riposto con cura latte in polvere, farina per pappe, talco, abiti, viveri, medicinali. E nessuno ha avuto bisogno di niente. Abbiamo visto le migliaia di occhiali, gli abiti e le scarpe sostituite dai piedi nudi e dal pigiama a righe. Tutti immaginiamo le condizioni dei prigionieri negli inverni polacchi, quando le temperature oscillano dai meno venti ai meno trenta, negli appelli al mattino che duravano anche venti ore. Abbiamo guardato con commozione e tenerezza indicibile gli oggetti di uso quotidiano sequestrati: spazzole, pettini, pennelli da barba, bellissime foto che raccontavano il “prima”, la quotidianità del vivere, feste, matrimoni, nascite, domeniche, pic-nic, vacanze. Abbiamo visto la prima camera a gas, nel padiglione 11, dove il vice comandante di Auschwitz sperimentò per la prima volta lo Ziklon B, usato in precedenza solo come disinfestante e disinfettante. Risolvendo così tutti i problemi. E i primi forni crematori che poi smisero di funzionare perché Birkenau lavorava alla grande, su scala industriale. Siamo entrati nelle segrete, dove si giustiziavano i detenuti politici e abbiamo sostato dinnanzi al muro delle fucilazioni. Eppure niente comunica il dolore senza fine di Birkenau, dove il tempo si è fermato, dove quando cammini ti sembra di udire il latrare dei cani, i ringhi, le fughe indebolite dei prigionieri, la camminata veloce e disperata verso le camere a gas, sospinti dai comandi violenti delle SS, il pianto disperato dei bambini. E ti sembra di scorgere l’ufficiale medico ritratto in molte fotografie, alto , magro, distinto, che all’inizio della rampa, con un solo gesto delle mani stabiliva la fine: a sinistra le donne, gli anziani (sopra i quarant’anni), i bambini sotto i 14 anni, i malati. A destra gli uomini e i ragazzini, buoni per lavorare, graziati per poco. Le famiglie che protestavano per restare unite andavano tutte a sinistra. Il viaggio finisce, ma resta la testimonianza, resta la verità: contro tutti i negazionismi, contro i razzismi e la xenofobia, contro le discriminazioni razziali, etniche, contro l’idea di superiorità di un popolo sull’altro, e la divisioni in categorie dell’umanità. Resta un dolore grande, che attanaglia e fa fatica ad andarsene, che mi accompagnerà nei giorni a venire. Ma anche, incredibilmente, una profonda pace interiore che scende benefica e asciuga lacrime gelate. Abbiamo fatto quello che tutti, prima o poi nella vita, dovrebbero fare. I nostri coraggiosi ragazzi sono stati testimoni di una pagina di storia che non ha l’eguale nella storia dell’umanità e la racconteranno con sofferenza e con lucidità nell’assemblea collettiva dell’ultimo giorno a Cracovia. Eli Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986, che fu deportato ad Auschwitz da ragazzino, lo ricordava come un posto infernale e, quando ci tornò, nel 1979, venne sopraffatto dalla sua bellezza. “Le nuvole basse, la foresta fitta, la calma solenne dello scenario. Il silenzio è pieno di pace, dà sollievo. Dante non ha capito niente. Il mio inferno è un luogo di tanto sereno splendore da togliere il fiato”. E quando cercò di capire il significato ultimo della serenità di questo cimitero, non ci riuscì. “Come fu possibile?”, scrisse. “Non riusciremo mai a capire. Anche se riuscissimo in qualche modo a conoscere ogni aspetto di questo insano progetto che non fu portato del tutto a compimento, perché prevedeva la morte di dodici milioni di ebrei, non lo capiremo mai.” E’ il mistero di Auschwitz e quello, come scrisse prima di morire un membro del Sonderkommando, dell’incomprensibile volontà di Dio. Sono contenta di aver rappresentato il Comune di Trento, di aver testimoniato ai ragazzi, con la mia presenza, che anche le istituzioni non sfuggono al dovere della testimonianza, in questo Viaggio della Memoria che, forse, è stato per me “il viaggio” della vita. Ringrazio tutti coloro che, delegandomi, mi hanno consentito di compierlo. Lucia Coppola Bibliografia: Auschwitz- Storia del Lager 1940-1945, Otto Friedrich, editore Baldini e Castoldi Comandante ad Auschwitz- Rudolf Hoss, Einaudi editore Viaggiare Informati-Appunti di Storia 1914-1945- Terra del Fuoco Film documentario “Shoà, di nove ore, di Claude Lanzmann- Einaudi

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2 commenti

  • Gianni Sartori

    Intervista a Paolo Finzi (della redazione di “A, Rivista Anarchica”)
    (Gianni Sartori)

    Con Paolo Finzi, ebreo ateo (precisa) e anarchico, abbiamo parlato di antisionismo. “Una questione che – ci spiega – generalmente procede in parallelo con l’antisemitismo da cui trae alimento”, ben sapendo, ovviamente, che il termine viene usato in modo improprio. Giornalista, saggista, unico superstite della originaria redazione di “A, Rivista Anarchica”, militante storico della sinistra libertaria (amico personale, tra gli altri, di Giuseppe Pinelli, Fabrizio De Andrè e Don Gallo), Finzi si è occupato nell’ultimo ventennio anche del fenomeno delle persecuzioni, soprattutto di quelle passate e presenti contro Rom e Sinti. Nel 2006 ha prodotto il doppio DVD con libretto “A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari”. Da anni tiene conferenze (molte nelle scuole) sulla multiculturalità, le persecuzioni, la Memoria. Recentemente presso la comunità cattolica alle Piagge (Firenze), chiamato da don Alex Santoro.

    Quale differenza tra antisemitismo e antisionismo, termini spesso usati in maniera indifferenziata?

    Premetto che non mi considero un esperto in senso accademico e che le mie riflessioni sono in gran parte legate al mio vissuto. Sorvoliamo pure sul fatto che il termite “semita” viene utilizzato in maniera etimologicamente errata e prendiamo atto che ormai “antisemita” è sinonimo di antiebraico. Mentre l’antisemitismo è un problema storico di vecchia data legato all’esistenza plurimillenaria degli ebrei, l’antisionismo ovviamente è un fenomeno più recente, successivo alla nascita del sionismo nel XIX secolo. Il sionismo si definisce nell’ambito dei movimenti ottocenteschi di liberazione e di costituzione nazionale. Con la differenza (rispetto per esempio al Risorgimento) che si applica ad un popolo disperso in vari paesi e non per propria scelta. Un popolo da riunificare, su principi di libertà e convivenza civile, nella prospettiva della realizzazione di una entità nazionale. Quindi anche l’antisionismo è relativamente giovane, circa un secolo e mezzo. Oggi i due termini si confondono, soprattutto dal 1948 quando nacque lo Stato di Israele, in un contesto e con modalità che i tanti antisionisti attuali ignorano o vogliono ignorare (il che è lo stesso).
    Mi si consenta una battuta. Israele è l’unico posto al mondo dove “uno sporco ebreo è solo un ebreo che non si lava”. Rende l’idea del perché, nonostante l’estrema frammentazione (politica, religiosa, di nazionalità, ecc.), tra Ebrei e Israele esista un rapporto così intenso, profondo… D’altra parte val la pena ricordare che molti Ebrei prima della nascita dello Stato di Israele erano contrari al sionismo (vedi il Bund, grande sindacato dell’Europa Centro-Orientale). Dopo la nascita di Israele, essere antisionisti assume un altro significato, il che non significa approvare tutto quello che fanno i governi israeliani.

    Soprattutto a sinistra (ma anche in certa “destra radicale”) l’antisionismo si presenta come anticolonialista, una scelta di campo a fianco degli oppressi. Questo atteggiamento, a suo avviso, è sempre autentico o talvolta maschera un razzismo antiebraico di fondo?

    Ritengo che molta gente parli senza ben conoscere le cose di cui si occupa. Spesso chi si definisce antisionista non conosce i termini della questione. Si vede in Israele il luogo della confluenza degli Ebrei dopo la seconda guerra mondiale e si da per scontato il carattere anti-arabo e anti-palestinese di questa presenza. Come se gli Ebrei avessero imposto all’Europa (in preda ai sensi di colpa) la costituzione di questo stato a scapito dei Palestinesi. In base a questa lettura l’antisionismo diventa l’opposizione al colonialismo israeliano. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) in particolare abbiamo assistito ad un mutamento politico di gran parte della sinistra italiana (all’epoca rappresentata soprattutto dal PCI) che divenne ostile nei confronti di Israele, spesso mischiando la critica alla politica dei vari governi con la negazione della legittimità dell’insediamento “sionista”,
    Va anche aggiunto che lo stesso sionismo, rispetto alle origini ottocentesche, si è modificato. La questione è molto complessa, densa di problemi. Basti pensare a quanti interessi economici sono in gioco in quell’area, non solo il petrolio. Al di là dei singoli episodi (come quello recente in Francia) dovrebbe preoccupare la sua vasta presenza nella società. Da un certo punto di vista l’ignoranza, i pregiudizi, l’opinione che gli Ebrei sono “una setta che pensa a fare soldi”, ecc. e tutti gli altri stereotipi diffusi a livello popolare possono essere più nocivi di Le Pen o del pazzo di turno che compie una strage. Esiste un continuum sociale che in determinate circostanze parte dalla piccola intolleranza o insofferenza quotidiana e arriva fino all’odio generalizzato e fa accettare tutto, anche le camere a gas.

    Il sionismo, la “questione ebraica”, così come la “questione palestinese” in alcuni paesi arabi, talvolta sono sembrati il pretesto per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni. La sua opinione?
    In Europa gli Ebrei, così come Sinti, Rom e altre minoranze o soggetti “deboli” (v. gli albanesi negli anni ’90, i rumeni nell’ultimo decennio…), sono stati spesso utilizzati per coprire le contraddizioni di un paese. A conferma delle teorie che il “nemico interno” al potere serve sempre. Ovviamente è sempre meglio utilizzare quelli con un ruolo ormai consolidato di “diversi”, non-assimilabili, vittime predestinate. E gli Ebrei, sia per la loro perdurante esistenza che per la loro volontà appunto di non assimilazione, si prestano ottimamente. Non si dovrebbe dimenticare che in molti paesi tra i vari filoni dell’antigiudaismo ha giocato un ruolo rilevante anche quello di matrice cristiana.
    Mi piace altresì sottolineare che negli ultimi tempi ci sono stati passi avanti da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Così come, nel corso della storia e soprattutto durante le persecuzioni ad opera dei nazifascisti ci sono sempre stati frequenti esperienze di dialogo e solidarietà da parte di singoli credenti e religiosi.
    Mia madre, ebrea e socialista, partigiana combattente, a Roma, ricercata dai nazisti, riparò in un convento cattolico e lì fu protetta.
    Gianni Sartori

    nda Sicuramente molti compagni avranno da ridire sulle opinioni espresse da Paolo Finzi in merito allo stato di Israele. In ogni caso la sua è una campana che va ascoltata, altrimenti il “pensiero unico” che scaraventiamo fuori dalla porta poi rientra dalla finestra (o viceversa, non ricordo).

    nda Con il termine sionismo si indica un movimento sorto nel 1882 per “riportare a Sion” gli Ebrei della diaspora. La nascita coincide con una recrudescenza delle persecuzioni nella Russia zarista e con la fondazione a Varsavia del gruppo Chovevè Sion. Risale allo stesso periodo la fondazione della prima colonia ebraica in Palestina e la diffusione di Autoemancipazione, pubblicato da Lev Pinsker a Odessa. Determinante l’impegno di Theodor Herzl per ottenere garanzie giuridiche internazionali a favore degli insediamenti ebraici. Nel 1897 Herzl convocò il primo congresso sionista dando origine alla Zionist Organization (Organizzazione sionista) e al Jewish National Fund (Fondo nazionale ebraico). L’immigrazione divenne più consistente a seguito della “dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917 con cui il ministro britannico si impegnava a favorire la costituzione di una sede nazionale ebraica. Tra i nuovi immigrati era prevalente una componente operaia rappresentata da partiti e movimenti come Poalé Zion (Operai di Sion) e Hapoel Hatsair (“Il giovane operaio”). Nel 1919 nasceva Ahdrut Haavoda (“Unità del Lavoro”) da cui in seguitò si staccò il Partito comunista di Palestina. Su posizioni di destra, il Partito sionista revisionista fondato nel 1924 da Vladimir Jabotinsky. Nel 1931 la milizia giovanile di questo partito, Betar, divenne l’Irgum Zwai Leumi, responsabile dell’attentato al King David Hotel (luglio 1946) e del massacro di Deir Yassin (aprile 1948). Nel novembre 1947 l’Onu approvò un piano di spartizione della Palestina. Allo scadere del mandato britannico, 15 maggio 1948, il comitato esecutivo controllato dai dirigenti sionisti si trasformò nel governo provvisorio della neonata nazione israeliana.
    G.S.

  • Gianni Sartori

    1944-2014: a settanta anni di distanza, un ricordo di
    SARA CHE NON VOLEVA MORIRE…

    (Gianni Sartori)

    Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…
    Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
    Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.
    Il tragitto dei 43 Ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto.
    Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
    Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e, questo l’ho saputo solo recentemente, venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
    In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
    In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
    Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.
    La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.
    Gianni Sartori (settembre 2014)

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