Il sindacato e la difesa del tessuto produttivo

Che il responsabile della Cgil trentina in un recente incontro organizzato dal Pd ad Isera venga a dire che la lotta di classe in questo paese è inutile è completamente assurdo.
Arrivare poi a dire che le differenze di interessi tra datori di lavoro e lavoratori sono sempre meno marcate la dice lunga sulla lettura del segretario cgiellino di quelli che sono i rapporti e i modi di produzione.
Burli non può semplificare il ragionamento dicendo che è arrivato il momento delle responsabilità (???) e che bisogna smetterla con gli egoismi di categoria.
Prendiamo ad esempio quanto sta succedendo alla Subaru di Ala: la multinazionale decide di delocalizzare perché ritiene che un altro sito sia più redditizio di quello trentino. I lavoratori hanno giustamente protestato contro la decisione aziendale e credo che nessuno abbia nemmeno per un momento pensato che il datore di lavoro agisse nell’interesse della manodopera locale.
Fiat agisce per caso nell’interesse dei lavoratori?
Rimanendo alla Vallagarina Arcese, Malgara, Sav, Marangoni, Marsilli, Ariston producono o producevano forse per l’interesse collettivo o per il profitto privato?
Forse Burli e altri funzionari sindacali avrebbero dovuto provare ad unire i lavoratori di queste realtà per fare muro comune contro l’impoverimento del tessuto produttivo ma non l’hanno fatto preferendo chiedere il soccorso istituzionale, che non è andato più in là del contributo finanziario, foraggiando così imprese private con soldi pubblici.
Non voler dare la possibilità ai lavoratori di costruire una sana ed unita rete di relazioni e di mutuo aiuto incoraggiandoli a prendere direttamente nelle proprie mani la gestione delle aziende per produrre senza scopo di lucro significa voler rimanere ancorati all’attuale sistema di relazioni industriali dove a decidere sono le banche, i padroni e i loro mandatari in consiglio provinciale ma i lavoratori non hanno bisogno di un sindacato che il più delle volte si limita a fare da assistente istituzionale.
Burli nel suo intervento sottolinea la possibile alternativa:
-il modello della piccola impresa dove tutti, datori di lavoro e lavoratori, in maniera responsabile lavorano insieme nell’interesse reciproco.
– Le imprese artigiane chiudono perché la loro attività produttiva deriva principalmente dall’indotto creato dalle grandi aziende e dalla s pesa pubblica.
E’ ovvio che nella situazione economica attuale sono le prime a saltare e saltano anche i padroncini ma questo non significa assolutamente, come sottintende scorrettamente Burli, che il settore della piccola impresa sia da prendere come futuro modello di sviluppo proprio perchè è parte del sistema capitalista, che è causa della crisi.
A differenza di quanto sostengono l’assessore provinciale Olivi e il segretario Burli, le grandi aziende come per esempio Marangoni e Arcese vanno espropriate senza indennizzo e date in gestione direttamente ai lavoratori sotto il controllo delle assemblee cittadine per la produzione nell’interesse collettivo;
ugualmente va creata un’unica banca pubblica provinciale, che sia gestita direttamente dai lavoratori e controllata politicamente dai cittadini attraverso un’assemblea provinciale e che utilizzi il denaro pubblico per reindirizzare gli investimenti pubblici per la salvaguardia e la riconversione del tessuto produttivo trentino in modo che la produzione di beni e servizi sia sottratta alla logica del profitto e sia funzionale all’interesse collettivo.
Il polo della meccatronica può essere utilizzato a tali scopi ma solo se saranno i lavoratori a gestirlo direttamente altrimenti sarà la solita macchina aspirasoldi pubblici a servizio dei padroni.

Mirko Sighel

Segretario Circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

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