Elezioni e questione di genere

lavoro femminileLa questione di genere.
Vi do qualche dato tanto per chiarire di cosa sto parlando: in questo contesto mi riferirò nella fattispecie alla situazione italiana ed a quella europea, fermo restando che la disparità di genere è presente in tutto il mondo.
Partiamo dal femminicidio; mi soffermo brevemente sul termine perchè nello stesso è racchiusa tutta la questione. Per spiegarlo userò la definizione che ne dà Marcela Lagarde, rappresentante di spicco del femminismo latinoamericano e tra le prime teorizzatrici del concetto di femminicidio; lei lo definisce come “l’annientamento fisico psicologico della personalità femminile che si può tradurre nella violenza fisica e sessuale ma anche in molte altre tristi sfaccettature; il femminicidio è la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine (maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale) che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e a rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti e sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Il femminicidio quindi è un prodotto culturale, frutto di questa società patriarcale e maschilista che non accetta l’autodeterminazione femminile.
Nel nostro continente (in base al rapporto Eures) ci sono percentuali spaventose: in Germania il 49,6% degli omicidi riguarda femminicidi, in Francia il 34,3%, nel Regno Unito il 33,9%. l’Italia non è certo messa bene con i suoi 134 femminicidi contati nel solo 2013: quasi 1 ogni 2 giorni. Se poi allarghiamo lo sguardo al mondo, 66.000 donne e bambine vengono uccise ogni anno (un quinto di tutti gli omicidi).
Per quanto riguarda le violenze sessuali inflitte alle donne, i numeri sono a dir poco sconcertanti: in Italia si parla di circa 4.800 casi di stupro all’anno e si riferisce ovviamente ai casi denunciati. In base alla ricerca dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, il 27 per cento delle donne italiane ha subito violenza fisica, psicologica o sessuale almeno una volta nella vita, nei due terzi dei casi l’aggressore era il partner; le cose non vanno meglio in Europa dove la percentuale si alza al 33 per cento. Da notare che gli stupri sono maggiori in paesi con la più alta percentuale di donne lavoratrici (come la Danimarca) e questo fa pensare che nelle società evolute la donna è più consapevole di sè ed esercita puntualmente i propri diritti denunciando, nella fattispecie, le violenze subite invece di considerarle “normali”, quali sono in una società patriarcale misogina (come quella italiana). Ecco che allora per paradosso gli stupri nel nostro paese (o in quelli dell’est europeo) sono inferiori rispetto ai paesi del nord Europa, ma non per il loro minor numero, bensì vengono denunciati molto meno . Non parliamo poi dell’uso del corpo delle donne che viene fatto dai nostri media ad uso e consumo del maschile ma anche di quelle donne che aderiscono a quell’unico ruolo socialmente riconosciuto al femminile: una bambola gonfiabile capace all’occorrenza di trasformarsi in angelo del focolare (insomma, o santa o puttana).
Non solo la donna è oggetto di discriminazioni feroci e violenze, ma è anche oggetto di discriminazione volta a limitare se non eliminare il suo diritto all’autodeterminazione; basti
pensare a tutti i violentissimi attacchi a cui è sottoposta la Legge 194 da quando è stata emanata: è dal 1978 che puntualmente una certa politica conservatrice (nella quale comprendo anche la chiesa che comunque volenti o nolenti pesa moltissimo nel quadro istituzionale italiano) mette in discussione il diritto della donna a decidere per qualcosa che avviene nel proprio corpo e che quindi è solo ed esclusivamente affar suo! A tal proposito è drammatico quel che emerge dalla “Relazione sulla attuazione della legge 194/78″, rilasciata in ottobre 2012 dal ministero della Salute: consultori pubblici che scarseggiano nel Nord-Ovest; ginecologi obiettori di coscienza in aumento dal 58% al 69.3% in cinque anni, e con punte del 80-85% nelle regioni del Sud; stessa sorte tra gli anestesisti (dal 45.7% al 50.8%) e personale non medico (dal 38.6% al 44.7%); centro-Italia pressoché sfornito di presidi che somministrano la pillola RU486 alle donne che ne fanno richiesta (richieste che dalle 857 del 2009 si è passati alle circa 7000 del 2011) . Negli ultimi anni,
poi, stiamo assistendo ad un accanimento senza precedenti vista l’avanzata delle destre, sia in Italia che in Europa: basti pensare alla Spagna, da sempre avamposto del progresso civile, dove nel 2013 è stato promulgata dal governo Rajoy la Legge Gallardòn che prevede l’interruzione della gravidanza solo in caso di violenza sessuale e quando è accertato “pericolo fisico e psichico grave” per la madre. Gravissimo!
Non è certo migliore la situazione femminile nel contesto lavorativo: nel Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum il nostro Paese è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura sotto la Cina che si piazza al 69 posto della classifica. La graduatoria del World economic forum valuta la disparità di genere in base a quattro criteri principali: partecipazione economica e opportunità, risultati formativi, salute e sopravvivenza e potere di rappresentanza politica; ed è in quest’ultima categoria che il nostro Paese ha l’indice più basso: 19% rispetto al 21% della media In base ai dati Istat raccolti in novembre 2013, l’occupazione femminile in Italia era pari al 46,6% mentre quella maschile era pari al 64,6%: una differenza di ben 18 punti percentuali! Chiaro che ad influire in questa situazione c’è anche e soprattutto la mancanza di un welfare volto ad
abbattere la differenza di genere, che crei politiche sociali di sostegno alle persone in modo da non delegare-in modo coatto-la cura solo ed esclusivamente alle donne costrette quindi a rimanere in casa ad accudire figli, anziani e mariti o compagni.
Spostando lo sguardo sull’Europa, i dati Eurostat per l’anno 2012 parlano chiaro: la percentuale delle donne occupate era del 58,6 % mentre quella degli uomini era del 69,6%; son sempre 11 punti percentuali di differenza e non sono poca cosa! Ora, dopo aver ascoltato questi dati, è innegabile che esista una questione di genere.
E non la si risolve certo mettendo nei ruoli chiave del potere donne scelte ed asservite al potere maschile o meglio al modus operandi imperante che appunto è quello maschile; il problema infatti non è il genere in sè e cioè far si che siano donne a gestire la polis. Per capirci, non basta avere un Governo come quello Renzi composto per metà da donne (anche se solo il 35,7% con portafoglio…e fa comunque la sua bella differenza!) se queste donne non sono altro che un’estensione del pensiero di quegli stessi uomini che le hanno “istituzionalizzate”; tanto per essere chiare: quale elemento di cambiamento e di rottura rispetto ad una società patriarcale e maschilista dovrebbe rappresentare una ministra (la Madia) che declina l’aborto come fallimento ,che considera famiglia solo quella formata da una donna ed un uomo, che crede che la vita la dia e la tolga dio? quale discontinuità rispetto ad un maschile che fin qui ha sempre sostenuto il capitalismo rappresenta Emma Marcegaglia? Oppure Christine Lagarde, Direttrice Operativa del Fondo Monetario Internazionale?
Io sono fermamente convinta che la questione di genere si possa affrontare e risolvere solamente ponendola su un piano culturale: dobbiamo cominciare ad avere uno sguardo diverso sul mondo, uno sguardo femminile e non maschile sulle persone, sull’ambiente, sull’economia, sulla politica; uno sguardo che si focalizzi sui bisogni delle persone e di tutto ciò ci circonda, sulla cura, sull’eguale “diritto ai diritti” di tutte le persone, non sul capitale, non sulla ricchezza, non sull’opulenza. Tra potere e potenza c’è di mezzo il femminile: finora il mondo è stato governato da uomini o da donne asservite agli uomini ed il suo fallimento è tragicamente chiaro! Bisogna assolutamente cambiare rotta e questa rotta deve essere femminile, da tutti i punti di vista. Credo che in questo la lista Tsipras abbia mosso dei passi (anche se dal mio punto di vista rimane alta la critica alla ancor poca attenzione posta sulla questione di genere), proponendo candidate come Paola Morandin, una donna che con la sua lotta si oppone al sistema imperante, una donna che certamente non è espressione di quel potere maschilista/capitalista di cui è pregna la nostra società. Personalmente avrei voluto che la lista nei suoi punti programmatici trattasse nello specifico anche la questione di genere e più in generale quella dei diritti civili, ai quali ascrivere anche i diritti lgbtiq che, non dimentichiamoci, stanno vivendo un attacco spietato da parte di quelle stesse forze conservatrici che in molti stati d’Europa (compresa l’Italia) stanno prendendo piede. Credo sia dovere di una lista di sinistra occuparsi anche e soprattutto di diritti civili perchè costituiscono la base di qualsiasi società si possa definire evoluta. Finchè non si metteranno al centro del dibattito i diritti civili, non si parlerà di persone: non mi stancherò mai di ribadire che concetti come lavoro, economia, politica vengono dopo le persone e le persone per essere tali hanno bisogno di diritti.
Chiudo qui il mio intervento leggendovi una delle tante “perle” che ci ha regalato Benito Mussolini: “il lavoro mascolinizza la donna, la rende sterile, la induce a considerare un intoppo la maternità, concorre alla corruzione dei costumi e inquina la vita della stirpe. In più aumenta la disoccupazione maschile e riduce l’autostima dell’uomo. L’abolizione del lavoro femminile deve essere il risultato di due fattori convergenti: il divieto sancito dalla legge e la riprovazione sancita dall’opinione pubblica. La donna deve tornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre e marito: sudditanza, quindi inferiorità, spirituale, culturale ed economica”.
Credo sia nell’interesse di donne e uomini non tornare ad un simile livello di oscurantismo e aridità umana e l’unico modo per non udire più simili parole è cominciare a parlare una lingua diversa.

Daniela Tonolli
(Comitato Politico Rifondazione Comunista Trento)

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