L’antiparlamento sequestrato

La grande manifestazione di domenica pomeriggio in Val Susa, (nonostante la pioggia insistente, almeno 30 mila persone di tutte le età hanno percorso i 10 chilometri che separano Susa da “L’Antiparlamento sotto sequestro” Bussoleno), ha dimostrato – se ce n’era bisogno – la forza partecipativa, la compattezza e la compostezza di una valle che non vuole saperne del TAV, che farà di tutto perché questa lunga, penosa e mortificante occupazione dello Stato sul territorio della Valle, finisca per sempre.
La protesta pacifica e colorata, però, per quanto grande e incontenibile, non modifica l’impresentabile ed ingombrante situazione che vede ancora i cantieri aperti e la zona militarizzata.
“Ci vuole una svolta, un’ultima spallata” si urla dal palco…ma chi la dà! Grillo? E chi se nò (si sente mormorare tra i partecipanti). Ho i miei dubbi, anche se in mattinata i “grillini” hanno visitato i cantieri. “Uno scossone”? …è quello che ci vuole, ma, per mettere alla prova la “nuova politica”, tutti gli eletti sotto la lista di Grillo devono mettersi in prima fila.

Breve riflessione:
La provocazione poliziesca subita da tutti i 60 partecipanti partiti di buon mattino da Trento per recarsi a manifestare in Val di Susa contro il TAV , mette in evidenza che, nonostante il significativo risultato elettorale che penalizza la “casta” regnante, lo Stato è quello di sempre: edificio ideologico del dominio, padrone prepotente che impone la sua militare legge dell’obbedienza e dell’ossequio.
All’entrata della tratta autostradale che porta al Freius, poliziotti in assetto da guerriglia, bloccano la corriera. “Altri” ci erano già passati, avevano già subito e ci avevano avvisato, ma non ci si poteva credere e invece è successo: da subito sconcerto e incredulità ci ha impedito di ragionare su come comportarci (scendere o non scendere…), e alla fine – uno a uno – esce per sottoporsi alla foto del documento di riconoscimento, guardati a vista e accerchiati da una decina di sbirri in assetto anti-sommossa. L’operazione ha avuto dei momenti di forte tensione. Non tutti volevano sottostare all’umiliante e pretestuosa intimidazione (eseguita da due sbirri in borghese e una donna), ma, scartato lo scontro fisico, non restava che sfogarci con forti, vivaci – ma inconcludenti – parole di protesta.
Risaliti, guardavo dal finestrino i visi dei poliziotti rassicuranti di un pancioso benessere. Il loro atteggiamento di servi mi irrita sempre e scava comportamenti d’incomunicabilità e reazione.
La Manifestazione per me era finita lì: di fronte a quell’umiliazione non ci sono state risposte adeguate. Noi, galassia rissosa e inconcludente della non condivisione (perseguitati e guardati a vista), restiamo sospese vittime perenni, contenitori vuoti incapaci di generare politica…in altri luoghi, Loro (protetti e tutelati), applaudenti da “villaggio vacanze”, l’irrazionalità della risata che acclama l’etica del consenso cancellando l’etica della responsabilità.
Un paese in guerra con se stesso
Corriamo sul filo di giorni pericolosi coniugando le visioni con la responsabilità. Ora, qui, immersi negli ingannevoli sommovimenti guerreschi, al mercimonio sociale e al farraginoso apparato della politica il cui scopo evidente è l’autoconservazione, come comportarci?
In questo paese estetizzante, a che serve l’impegno sociale, l’analisi critica, l’approfondimento politico, l’arte, la poesia…se un poliziotto, un vigile, una divisa ha il potere di privarti della libertà e delle tue ragioni farne scempio e scherno?

Antonio Marchi

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