Un nuovo stato sociale

Pubblichiamo queste idee di Alleva per dare un contributo alla discussione su come riformare lo Stato sociale in Italia.
la redazione:
Sono stato sempre impegnato – ed ho scritto su questo giornale – sul fronte della progettazione legislativa e contrattuale dei diritti sociali e sulla promozione e difesa, anche per via giudiziaria, dei diritti dei lavoratori e del sindacato.
Adesso, accettando la candidatura nelle liste di Rivoluzione civile nelle prossime elezioni politiche, ancor più mi sento coinvolto a sviluppare, con questo nuovo soggetto , una politica del diritto sociale che, in coerenza con la mia passata esperienza, valorizzi e implementi una linea di radicale rinnovamento nel merito, alternativa alle disastrose politiche praticate da troppo tempo e sostenute da più parti che in teoria dovrebbero essere antitetiche.

Gli ultimi anni hanno portato un netto peggioramento della normativa e delle situazioni concrete riguardanti i diritti dei lavoratori, sul piano collettivo – rappresentanza e democrazia sindacale – e sul piano individuale – progressiva precarizzazione, caduta del potere d’acquisto delle retribuzioni, perdita di diritti e di dignità del lavoro. È necessario dunque un intervento riformatore complessivo che non si limiti alla ricostituzione dei precedenti livelli di tutela, ma li completi e li reinterpreti alla luce dei tanti mutamenti sopravvenuti.
Tuttavia, anche un’opera di riforma in senso progressivo delle regole in tema di lavoro sarebbe insufficiente se avulsa da interventi urgenti su fondamentali problemi socio-economici che caratterizzano in senso negativo l’attuale situazione.
A ben poco servirebbero anche ottime regole in tema di rapporto di lavoro in favore di chi il lavoro ce l’ha, prescindendo dalla situazione drammatica e spesso disperata di chi il lavoro l’ha perso, oppure non l’ha mai avuto, oppure, come milioni di giovani, non riesce ad inserirsi nel mondo del lavoro, ovvero ha dovuto lasciarlo per operazioni governative di pensionamento rilevatesi poi disastrose (esodati). Un programma riformatore dovrebbe riguardare anzitutto, o contemporaneamente, le problematiche ulteriori rispetto a quelle vissute da chi attualmente lavora.
Un approfondimento risulta tanto più necessario quanto più si considerino gli ambigui e a volte ipocriti slogan, orecchiabili e suggestivi, ripetuti sui temi lavoristici.
La prima rilevante parte di un programma di riforma, che definisco di contesto di una normativa del lavoro, è sintetizzata in 5 aree tematiche. In un prossimo articolo si affronterà la riforma relativa agli istituti propriamente lavoristici, con l’articolazione tra dimensione collettiva e dimensione individuale.
1) La prima riforma è l’introduzione di un reddito di cittadinanza – ovvero reddito minimo garantito che prescinde da precedenti contribuzioni previdenziali o da precedenti rapporti di lavoro. Questa prospettiva segna un vero e proprio cambio di paradigma nell’organizzazione sociale. L’istituto non ha nulla di utopistico. Esiste nella legislazione dei principali paesi europei, con caratteristiche similari che potrebbero essere utilmente messe a confronto.
Alla sua introduzione dovrebbe essere destinato in primo luogo il recupero dell’evasione fiscale, per il quale dovrebbero essere introdotte misure semplici ed efficaci, quali la pubblicazione on-line dei redditi imponibili di tutti i contribuenti, operazione già tentata nel 2008 dal ministro Visco ma bloccata dalle varie lobby di soggetti economici a rischio di evasione.
2) L’implementazione dell’occupazione giovanile è un problema prioritario. Non può essere affrontato con le misure indicate da Monti o Berlusconi: una generica decontribuzione e defiscalizzazione retributiva da cui dovrebbe meccanicisticamente discendere – ma non discende – un incremento delle assunzioni di giovani.
È necessario un intervento più complesso che veda il protagonismo delle parti sociali, incrociando ad esempio gli istituti del contratto di apprendistato riformato e del contratto collettivo aziendale di solidarietà espansivo, anch’esso rivisto e re-disciplinato. Una riduzione dell’orario lavorativo del 10% di 4 ore settimanali, opportunamente indennizzata, consentirebbe l’assunzione di centinaia di migliaia di giovani.
3) Il sistema degli ammortizzatori sociali introdotto nel nostro ordinamento fra gli anni ’80 e ’90, si è rivelato importante ed efficiente anche se ormai invecchiato: penalizza l’economia dei servizi. Il governo Monti ha semplicemente cercato di distruggere il sistema degli ammortizzatori proprio nel momento in cui la situazione si faceva più grave, con l’eliminazione dell’indennità di mobilità conseguente a crisi aziendali, nonché degli importanti meccanismi messi a punto dalla Legge Fallimentare per i casi di insolvenza e con la sua sostituzione con un istituto punitivo quale è l’Aspi.
La revisione degli ammortizzatori sociali andrebbe fatta nell’ambito della riforma dei sistemi di sicurezza sociale e in particolare all’insegna del principio di una dote di ammortizzatori concessa ad ogni lavoratore ed utilizzabile in modo flessibile a seconda dei casi, o come ammortizzatore conservativo (sospensione integrata economicamente del rapporto di lavoro) o invece come ammortizzatore risarcitorio (indennità per perdita dell’occupazione).
4) Il tema dei pensionamenti e del lavoro nella terza età va affrontato in termini nuovi ed umanistici, puntando sul principio del pensionamento parziale e progressivo, in conformità alle condizioni di salute del lavoratore e della sua visione esistenziale. In ogni caso, è assolutamente necessario rimediare al guasto enorme della riforma pensionistica di Monti, che non si è limitata a far restare di più al lavoro chi lavorava, ma ha investito chi era ormai disoccupato condannandolo ad una vita di stenti (esodati).
5) La tematica degli incentivi all’attività di impressa da un lato e della connessa responsabilità di impresa dall’altro, va affrontata con la revisione e il potenziamento di tutti gli strumenti creditizi e di altro genere, necessari ad un rilancio imprenditoriale, ma per converso con la regolazione in termini coerenti di problematiche quali appalti, attività di gruppo, esternalizzazioni, delocalizzazioni, nonché istituti di partecipazione e cogestione.
di Piergiovanni Alleva, da il Manifesto, 29 gennaio 2013

79 Visite totali, 1 visite odierne

Un commento

  • Carlo

    Va detto chiaramente che dopo i 60 anni la prosecuzione del lavoro deve essere su base volontaria e comunque senza occupare un posto di lavoro, ma per coadiuvare e trasferire competenze. Va rimarcato, questione sottaciuta da tutti gli esperti, che il TFR va restituito subito al lavoratore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *