Tartassati e precari

I dati europei ci dicono che il lavoro in Italia è precario, tartassato e senza diritti.
Infatti, secondo Eurostat, nel 2012 la tassazione (comprensiva degli oneri sociali) sui salari aumenterà di quasi due punti arrivando fino al 47,3% rispetto alla media europea che si attesta al 34%. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, che ha misurato l’incidenza delle tasse e dei contributi previdenziali sullo stipendio medio di un operaio e di un impiegato italiano il prelievo fiscale supera quasi la metà degli stipendi e dei salari lordi degli italiani.
Mentre cresce il peso delle imposte su salari e redditi da lavoro, la pressione sulle imprese rimane invaria al 31,4% dimostrando, ancora una volta, la scelta di classe fatta dai governi Belrusocni e Monti.
Ma, questi dati peccano per difetto in quanto non tengono conto dell’incidenza dell’aumento delle tariffe e delle accise messe in campo dai vari governi che rende ancora più iniquo il peso del fisco sui redditi.
Tartassare i poveri e lasciare indisturbati i ricchi è la filosofia che ha ispirato i provvedimenti del governo Monti, dalle pensioni al mercato del lavoro fino alla tassazione della prima casa con la tassa dell’IMU dimostrano che quello in carica non è un governo tecnico ma un governo politico che governa sotto dettatura della BCE, della Merkel e del Fondo monetario internazionale.
Per questo appaiono poco credibili i tentativi di presentare Monti nel ruolo di mediatore. Quello che di Monti viene preso ad esempio è la sua politica sociale ed economica. Molti in Europa si chiedono come abbia fatto a mettere in campo scelte di vera e propria macelleria sociale senza scatenare scioperi e proteste in tutto il paese.
Se dopo 17 anni di liberismo praticato dal governo belrusocni l’Italia era arrivata sull’orlo della bancarotta, il governo Monti si è distinto per aver caricato sul lavoro il peso del risanamento di questo debito pubblico causato dalla speculazione finanziaria e da un sistema bancario inefficiente e spesso colluso con i poteri forti.
Ha varato di punto in bianco la peggiore riforma delle pensioni portando l’età pensionabile a 67 anni (la più alta d’Europa) ha cancellato l’articolo 18 (impresa non riuscita in 17 anni a Berlusconi) mentre sulle liberalizzazioni ha solo dato un spruzzatina di acqua fresca che non hanno minimamente intaccato il potere delle lobbie economiche e speculative.
Questo anomalia italiana è stata possibile solo contando sulla complicità delle confederazioni sindacali che davanti a questo massacro sociale e di vera ecatombe dei diritti non hanno voluto mettere in campo le necessarie iniziative di contrasto.
Gravi sono le responsabilità politiche della Camusso che davanti ai segnali ed alle richieste di mobilitazioni che provengono dalle fabbriche e dai vari movimenti di protesta presenti nel paese continua a privilegiare l’alleanza con Cisl e Uil.
Uno strabismo politico che non gli permette di vedere quanto avviene in Fiat e dintorni dove la FIOM è stata espulsa dalle fabbriche da un Marchionne arrogante e dispotico contando sulla complicità di Fim e Uilm e di qualche sindacato giallo mentre la Fiom non può contare sulla Cgil.
Una ferita alla democrazia che chiede di essere risanata per evitare che dopo la cancellazione delle libertà sindacali, si passi alla cancellazione di altre libertà democratiche.
Per questo ritengo che nella vicenda Fiat come sull’articolo 18 il silenzio e la reticenza della Segretaria della Cgil è allarmante ed incomprensibile in quanto rischia di rendere la sua organizzazione correa di una disfatta senza precedenti del movimento sindacale, del sistema sociale e di diritti costruiti con grandi lotte dei lavoratori.
Attendo che da parte della Cgil ci sia un segnale che possa farmi dire: Mi sono sbagliato, la Cgil è ancora in campo contro la protervia dei padroni e di questo governo ormai ridotto a maggiordomo della speculazione e della BCE.
Ezio Casagranda

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