Sabato 12 tutti a Vicenza contro la guerra

12_marzoCi voleva Obama per ufficializzare quello che tutti noi già sapevamo: che l’attacco alla Libia del 2011 fu un fallimento ed un grave errore voluto in primis da Sarkozy e da Cameron, cui subito si accodò l’Italia, che andarono alla guerra senza per altro alcuna strategia per il dopo, con l’unico scopo di cercare di accaparrarsi quote consistenti del prezioso petrolio libico.
Il risultato fu solo quello di destabilizzare non solo la Libia, ancora oggi divisa fra più governi, ma tutta l’area del Mediterraneo, contribuendo ad alimentare l’estremismo terroristico che da allora si è sviluppato in molti paesi dell’Africa e del Medio Oriente.
Ma Obama fa finta di dimenticare l’altro attore delle ormai numerose avventure militari planetarie e cioè la NATO, l’allenza nord atlantica di cui gli USA sono tra i protagonisti principali, e di cui fa parte la Turchia il maggior sostenitore dell’ISIS che ha armato e addestrato insieme all’Arabia Saudita con l’obiettivo di fare in Siria quello che hanno fatto in Libia: parcellizzare il suo territorio, dopo aver abbattuto Assad, accaparrarsene fette consistenti, permettere la creazione del Califfato con insediamento anche in Iraq.
Gli USA quindi non sono esenti da colpe come non lo è l’Europa Unita che ora piange sulle conseguenze di queste guerre, qualche milione di profughi alle frontiere che si rifiuta di accogliere venendo meno alle sue stesse leggi e principi.
In tutto questo scenario non manca il governo Renzi che come i precedenti nelle scorse settimane è diventato il capofila di una coalizione che si prepara ad una nuova avventura militare in Libia, salvo fare una parziale retromarcia di fronte alla sfrontatezza dell’ambasciatore americano che la scorsa settimana ha annunciato la partenza di ‘5.000 militari italiani’ , forse dopo aver dato un’occhiata ai sondaggi che mostrano come la maggioranza degli italiani sia contrari ad un nuovo intervento in quel paese. D’altronde tra due mesi ci sono le elezioni amministrative e allora…..
Ma i pericoli di guerra non sono affatto scongiurati. Per questo il 12 Marzo ci mobiliteremo dal Piemonte alla Sicilia per impedire di essere trascinati nuovamente in un conflitto il cui unico scopo è la spartizione delle risorse energetiche, obiettivo ambito dalle multinazionali di quegli stessi paesi che provocarono il caos in Libia nel 2011.
La Piattaforma Eurostop, a cui USB partecipa fin dalla sua costituzione, promotrice delle manifestazioni del 16 Gennaio scorso in occasione del 25° anniversario della guerra in Iraq, ha promosso insieme ad un vasto arco di forze sociali, politiche, movimenti, questa nuova giornata di lotta sulla base di obiettivi chiari, senza alcuna mediazione con quegli interessi che oggi si nascondono dietro gli alibi ‘della lotta al terrorismo’ come ieri degli ‘interventi umanitari’.
E’ ora di gridare con forza che siamo contro questa nuoca guerra, di pretendere la chiusura delle basi Nato nel nostro paese, la forte riduzione delle spese militari a vantaggio delle spese sociali, oggi fortemente messe in discussione da un’austerity che non ha alcun senso, a difesa di una reale democrazia nel nostro paese e per le popolazioni aggredite.

Coordinamento contro la guerra, le leggi di guerra, la Nato

Un commento

  • Gianni Sartori

    IL “CHE” E’ VIVO!

    Intervista con
    Harry Antonio Villegas Tamayo (“POMBO”)

    Gianni Sartori

    Premessa. Non ho alcuna intenzione di stare ad aspettare il 50° anniversario per ricordare la figura del “CHE”. Prima di tutto perché “non si sa mai”…e poi perché sinceramente mi ricorderebbe troppo l’età, ormai quasi venerabile, del sottoscritto.
    Tra l’altro (coincidenza sincronica ?) l’8 ottobre 1967, giorno della cattura del Che*, rappresenta anche il mio “battesimo del fuoco”, diciamo così. Quel giorno infatti, quindicenne, partecipai (forse l’intenzione iniziale era soltanto di assistere, per curiosità) alla mia prima manifestazione con cariche, durissime, della Celere 2 di Padova. L’immagine di alcune ragazze scaraventate e terra e picchiate con i manganelli (non ricordo più se sul cavalcavia di San Pio X o addirittura già allo stadio Menti, a un paio di chilometri quindi dalla base statunitense) è rimasta nella memoria, indelebile. Era soltanto l’inizio…ma prometteva bene.
    Di Ernesto Guevara avevo già letto un libriccino pubblicato da qualche gruppo m-l (“Creare due, tre, molti Vietnam…copertina rossa, costava, ricordo, 50 lire)** e quindi non mi era del tutto sconosciuto. Ma sicuramente non potevo immaginare che mentre correvamo per le vie periferiche di Vicenza gridando contro l’imperialismo statunitense, a migliaia di chilometri di distanza, in Bolivia, quello stesso imperialismo stava portava a segno uno dei suoi colpi più azzeccati: mettere definitivamente a tacere una voce autorevole che parlava a nome dei dannati della terra (dannati nel senso di esclusi, chiaro).
    Avevo incontrato Harry Antonio Villegas Tamayo (nome di battaglia “Pombo”) negli anni novanta durante un giro di conferenze organizzate, mi pare, dall’editore Roberto Massari. Il nome di Pombo, uno dei pochi sopravvissuti alla disfatta boliviana, è citato spesso nel “Diario del Che in Bolivia”, in particolare quando venne ferito in combattimento il 26 giugno 1967.
    Nato nel 1940 a Yara (Sierra Maestra) da una famiglia di contadini poveri, conobbe il Che ed entrò nella guerriglia cubana a soli 14 anni. Da allora non smise mai di lottare. Seguì Guevara in Congo al fianco di Mulele (già ministro di Lumumba, assassinato su richiesta del colonialismo) e perfino di un giovanissimo Laurent Desiré Kabila (di cui il Che un po’ diffidava…), in anni più recenti a capo del paese paese africano (dopo la sconfitta del dittatore Mobutu) e in seguito morto in un poco chiaro incidente.
    Pombo partecipò al tentativo boliviano e, dopo la morte del Che, andò a combattere in Angola contro il colonialismo portoghese. Poi in Namibia contro l’esercito sudafricano. Una lotta questa che, in quanto afrocubano, sentiva particolarmente sua dato che Pretoria aveva introdotto anche in Namibia l’apartheid.

    Domanda: Cosa pensi del fatto che a distanza di tanti anni (l’intervista risale agli anni novanta nda) la memoria del Che sia ancora viva “nella mente e nel cuore” di tante persone, non solo in America Latina?

    Pombo: Per noi latinoamericani il persistere del ricordo del Che a tanti anni dalla sua scomparsa non è motivo di sorpresa, dato che le ragioni per cui Guevara lottò sono ancora uguali nella sostanza. In America Latina, malgrado si vada pagando il debito estero, la miseria non diminuisce ma aumenta. Le nuove strategie adottate dai governi consistono nel trasferire nelle casse delle multinazionali il patrimonio, le risorse dei popoli latino-americani.

    Domanda: A tuo avviso ci sono state precise responsabilità da parte di alcune componenti della sinistra latino-americana nella morte e sconfitta del Che (mi riferisco in particolare al ruolo del partito comunista boliviano di Mario Monje)?

    Pombo: Naturalmente non si può accusare di responsabilità la sinistra in generale. Personalmente non ho elementi precisi per spiegare le ragioni per cui Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano, non fu coerente con gli impegni presi. La sua scelta di non partecipare alla guerriglia ha avuto conseguenze disastrose. Secondo gli accordi avrebbero dovuto integrarsi nella guerriglia più di trentamila uomini (militanti del Partito Comunista Boliviano nda) e questo avrebbe creato le condizioni per poter veramente fare delle Ande la nuova Sierra Maestra, come pensava il Che. Poi le cose, come ben sai, sono andate diversamente.

    Domanda: Come sei riuscito a salvarti dalla tragedia dell’8 ottobre ’67?

    Pombo: Solo in cinque del gruppo di Guevara riuscimmo a sganciarci e, se pur feriti, sfuggire ai rangers (al momento dell’intervista solo tre erano ancora in vita nda). Io ero rimasto con la mitragliatrice nella parte alta del canalone per tenere occupati i militari mentre gli altri potevano allontanarsi. Quando cercai di riunirmi al gruppo erano già stati uccisi o catturati. Prima di riuscire ad arrivare in Cile ci toccò sostenere almeno una cinquantina di scontri con l’esercito boliviano. Infine ci consegnammo ai soldati cileni, ad un posto di frontiera. Avrebbero potuto fucilarci sul posto o anche consegnarci ai boliviani, che quasi certamente ci avrebbero fucilato come fecero con gli altri nostri compagni catturati. Per nostra fortuna in quel momento c’erano attriti tra Cile e Bolivia e il tenente che comandava il posto di frontiera decise di consegnare quei cinque disperati alle autorità cilene. Ci portarono a Santiago e, successivamente, con un aereo a Thaiti, poi a Parigi e quindi a Cuba…

    Domanda: Quello che francamente stupisce è pensare che, dopo tutte queste traversie, sei tornato a combattere in Africa…

    Pombo: Personalmente sono felice di aver contribuito alla lotta di liberazione anticoloniale del popolo dell’Angola; è per me motivo d’orgoglio che oggi l’Angola sia indipendente, con frontiere riconosciute a livello internazionale. Lo stesso vale per la Namibia che ha potuto liberarsi dal giogo del Sudafrica e dell’apartheid.

    Gianni Sartori

    * L’8 ottobre sarebbe poi diventato il “Giorno del Guerrigliero eroico” pensando, erroneamente, che quel giorno il Che fosse stato ucciso in combattimento (o per le ferite riportate). Solo dopo qualche tempo si apprese con certezza che, catturato vivo l’8, era stato assassinato il giorno seguente, il 9 ottobre.

    **Doveva invece passare ancora qualche mese prima che mettessi le mani su “La guerra per bande”, una ristampa dell’ottobre 1967 della Mondadori (Oscar settimanali 132 bis, lire 350) di una introvabile edizione del 1961 (Edizioni del Gallo). Da segnalare che la traduzione era di Adele Faccio. Quanto al “Diario del Che in Bolivia”, quello con la prefazione di Fidel Castro, arrivò dopo (prima edizione: luglio 1968, prima edizione nell’Universale Economica: febbraio 1969) grazie al compagno editore Giangiacomo Feltrinelli.

    ***Nell’Esercito cubano, Pombo raggiunse il grado di generale di Brigata e venne decorato come “Héroe de la revolucion”. Il suo libro di memorie (“Pombo, un hombre dela guerrilla del Che”) venne pubblicato nel 1996.

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