Il professor Cerea sbaglia obiettivo

Ho letto sul giornale TRENTINO di oggi, l’intervista al professor Cerea e sono rimasto colpito dalla superficialità con cui tratta il tema del lavoro e l’uso di giudizi moralmente trancianti su una realtà complessa che non può essere semplifica se non da chi il “mondo del lavoro”, quello reale lo conosce poco.
Spacciare per una innovativo il contratto “della sua amica in Germania” (1000 ore pagate più del lavoro normale e anche a fronte si una prestazione minore) dimostra che Cera non conosce il contratto a chiamata, abolito da Prodi, e riattivato da Berlusconi dove il lavoratore è a disposizione, per qualsiasi orario e spesso in modo irregolare dove evasione contributiva e negazione dei più elementari diritti è la norma. Anche se assunte per poche ore o per qualche giorno l’orario e sempre continuativo, a volte ben superiore alle 40 ore settimanali, ma nelle buste paga risultano solo poche ore al mese. Il resto viene pagato in nero a cifre per lo più variabili tra i 5 e gli 8 euro all’ora.
Ovviamente, non appena i lavoratori pongono problemi rispetto alla loro situazione, il lavoro diventa davvero a chiamata. O meglio della lavoratrice non c’è più bisogno, e viene lasciata a casa in attesa di una chiamata che non verrà più. Se il ragionamento di Cerea fosse vero l’occupazione in Italia dovrebbe essere a livelli record.
L’esempio fra Fiat punto e Opel astra è illuminante su come anche in molti economisti prevalga il senso comune anziché un ‘attenta analisi delle problematiche e dei problemi connessi. La Germania è più competitiva non perché i lavoratori lavorano di più (anzi lavorano meno) ma perché il tasso di innovazione delle aziende è quasi triplo di quello italiano sia in termini di prodotto che di processo. Queste semplificazioni portano poi a dire banalità come quella del lavoratore che si ammala il lunedì o che se “in situazioni di gruppo, i lavoratori italiani facciano casino” e quindi abbassano la produttività. Affermazioni anche ritengo offensive dei lavoratori e dimostrano scarsa conoscenza della fabbrica.
Non mi soffermo su come vengono definiti i tempi e gli obiettivi produttivi (dal T&m2 applicato in Fiat o MTM della Whirlpool) ma sul fatto che questi obbiettivi sono definiti usando al massimo il tempo disponibile dei lavoratori. Di conseguenza non è il lavoratore che determina i tempi di lavoro ma l’azienda e spesso la macchina operatrice.
Alla catena di montaggio i pezzi passano ogni manciata di secondi e la catena non aspetta, il lavoro deve essere eseguito. Non ci sono alternative. Quindi anche il semplice raffreddore o soffrire di disturbi intestinali (tipiche malattie influenzali) sono incompatibili con gli obiettivi produttivi che dal momento che entri in catena di montaggio devi raggiungere a prescindere dal tuo stato di salute.
Se non lo fai arriva il provvedimento disciplinare.
Una situazione diversa da quanti possono svolgere il loro lavoro scegliendo tempi e ritmi della loro prestazione, come nel caso dei professori o di altre attività.
Quindi, invito il professor Cerea a fare domanda di assunzione in qualche fabbrica per saggiare i ritmi della catena di montaggio o se preferisce sulla cave di porfido dove può dare il suo contributo per le nuove regole contrattuali lavorando all’aria aperta.

Ezio Casagranda

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2 commenti

  • Tessadri Franco

    Caro Ezio, richiamandomi alla tua ultima frase, effettivamente un pò di esperienza in altri campi qualcuno la può sempre fare, vale anche questo come monito alla flessibilità e a chi ripete con ricorrenza che è ora di finirla con il posto fisso e che un lavoratore non può fare lo stesso lavoro tutta la vita ! …Peccato però perchè almeno il ragionamento sull’evasione mi pareva condivisibile.
    Franco

  • Prc del Trentino

    Relativamente all’intervista rilasciata dal professor Cerea pubblicata sul quotidiano mercoledì, il Partito della Rifondazione comunista intende esprimere il proprio parere.

    E’ sconcertante che il consigliere economico di Dellai arrivi ad affermare che la precarietà sia una risposta che i datori di lavoro danno in maniera naturale alle eccessive tutele normative ed economiche garantite dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Secondo Cerea i lavoratori protetti dal contratto collettivo non possono essere facilmente licenziati causando quindi danni al tessuto economico italiano che non può assumere nuova forza lavoro. E’ la solita ricetta del tentativo di dipingere lavoratori garantiti e non garantiti fingendo di non sapere che levare i diritti ai primi non ne porta altri ai secondi ma ne livella le condizioni di precarietà. Sarebbero forse garantiti i lavoratori che non sono difesi dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori? E quelli di Fincantieri? O le lavoratrici della Omsa? O quelli di Fiat e dell’indotto? La crisi non guarda in faccia nessuno, nemmeno chi è contrattualizzato e assunto a tempo indeterminato. E’ stata la fame del capitalismo ad ottenere un mercato del lavoro dove esistono più di quaranta tipi di precarietà che danneggiano in particolare i giovani. E’ stata la fame del capitalismo ad ottenere deroghe ai contratti collettivi nazionali, funzionali alle esigenze delle imprese peggiorando le condizioni dei lavoratori. O Cerea pensa che le deroghe ai contratti collettivi nazionali servano per far riposare i lavoratori?

    Le dichiarazioni di Cerea sono funzionali al progetto di Dellai e Confindustria trentina di introdurre il contratto unico proposto da Ichino dove il lavoratore può essere licenziato in qualunque momento.

    Per quanto riguarda la presunta mancanza di produttività dei lavoratori italiani, sono i dati a parlare chiaro. I lavoratori italiani lavorano generalmente più ore di tedeschi e francesi ma gli investimenti del capitalismo italiano nelle attività aziendali sono di gran lunga inferiori rispetto ai loro colleghi risultando quindi una resa di prodotti qualiquantitativamente peggiore. Per recuperare produttività le aziende italiane introducono modelli standardizzati di produzione che intensificano l’attività dei lavoratori e ne riducono i tempi di riposo necessari per recuperare le energie psicofisiche. Non esistono quindi, come invece sostiene Cerea, moltitudini di lavoratori geneticamente “casinari” che con il loro comportamento hanno causato la crisi attuale. Esistono lavoratori che lottano per i loro diritti e contro un modello economico fatto di sfruttamento e prevaricazione.

    Nell’intervista Cerea suggerisce inoltre che il costo dei servizi pubblici debba ricadere ancora in maniera maggiore sul privato cittadino. La proposta di pagare la parte alberghiera per il ricovero ospedaliero è semplicemente vergognosa: non basta che il degente abbia problemi di salute ma deve pure pagarsi il vitto e l’alloggio! I servizi pubblici devono essere garantiti universalmente dal settore pubblico e non devono essere erogati a seconda delle condizioni economiche del cittadino. E’ la fiscalità generale che deve finanziare i servizi pubblici attraverso una tassazione che colpisca in maniera decisa i più ricchi.

    Infine Cerea difende a spada tratta le comunità di valle accusando i comuni trentini di guardare ciascuno solo al proprio territorio senza pensare ad una razionalizzazione delle risorse pubbliche. Qualunque ipotesi di unione fra comuni e gestione dei servizi tramite i consorzi secondo Cerea è inutile a causa dell’egoismo dei sindaci. Eppure le unioni e i consorzi sorgono con le stesse finalità ufficiali delle comunità di valle, cioè razionalizzazione delle risorse pubbliche. Le comunità di valle sono state costituite per accentrare nelle mani dei rappresentanti dei comuni più grandi le decisioni politiche che potevano trovare il disaccordo delle realtà minori causando quindi un deficit di controllo politico agli enti territoriali più vicini al controllo della cittadinanza. I servizi che sono stati trasferiti alle comunità, provenendo dai vari comuni hanno assunto un valore appetibile anche da parte delle imprese private che ne chiedono l’esternalizzazione attraverso gli appalti. Ma chi ha potere decisionale di appaltare i servizi se non i comuni più grossi anche a discapito della qualità del servizio reso e del costo del servizio bypassando i comuni più piccoli? Riteniamo che la razionalizzazione delle risorse pubbliche sia funzionale al controllo pubblico dei servizi resi dagli enti pubblici. E’ quindi necessario rifiutare la logica dell’esternalizzazione dei servizi.

    Partito della Rifondazione comunista del Trentino

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