Fiat, Ilva, Ikea: storie di rappresaglie

Un anno di governo tecnico, imposto dal presidente Napolitano per salvare il paese ci consegna un’Italia più povera, precaria e in recessione.
Il quadro dipinto dall’Istat per il futuro prossimo appare devastante.
Nel 2012 il prodotto interno lordo cala del 2,3% e continuerà a calare anche nel 2013 anche se con percentuali minori. La disoccupazione ha superato il 10,5% nel 2012 e salirà ad oltre il 11,% nel 2013 mentre quella giovanile ormai ha superato il 35%.
I salari sono in calo, i contratti non si rinnovano mentre i consumi calano del 3,2% e l’inflazione cresce in modo esponenziale per alimentari e i carburanti.
Infine l’Istat prevede una riduzione degli investimenti del 7,2% nel 2012, per effetto delle scelte fatte da imprese e amministrazioni pubbliche.
Monti, che ormai si comporta, in economia, come il suo predecessore che negava la crisi, sembra sia l’unico a vedere la fine del tunnel se anche la Merkel ha dichiarato che per uscire dalla crisi servono ancora 5 anni.
Monti ha inserito i costituzione il pareggio di bilancio, che senza sovranità monetaria si trasformerà in ulteriori tagli allo stato sociale, ai servizi, privatizzazioni e nuove tasse e porterà al collasso il sistema economico nazionale innescando una spirale che ci avvicinerà pericolosamente alla situazione greca.
In meno di 12 mesi siamo passati dal “salva Italia” al “distruggi Italia” applicato al mondo del lavoro.
Non parlo solo della riforma delle pensioni, dell’abolizione dell’articolo 18 o dell’articolo 8 della manovra estiva di Berlusconi sulle quali stiamo raccogliendo le firme per sottoporle al voto degli italiani ma di come sono peggiorate le condizioni dei lavoratori sui luoghi di lavoro.
Ormai, con la piena accondiscendenza del governo il padronato usa l’arma del ricatto e della rappresaglia come unico metro di misurazione delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro.
La logica della rappresaglia purtroppo, non appartiene solo a Marchionne, ma con il beneplacito di Confindustria e dei sindacati complici, si sta espandendo a macchia d’olio nel mondo del lavoro.
Se la Fiat davanti ad una sentenza procede al licenziamento di altri lavoratori “come rappresaglia” nei confronti della Fiom, la multinazionale Ikea per isolare la lotta dei facchini che si oppongono ai licenziamenti, alle discriminazioni salariali, ed a condizioni di lavoro pesantissime, comunica il “riposizionamento dei volumi” a causa dello “stato di agitazione che mette a repentaglio il progetto Ikea” con il conseguente licenziamento di 107 lavoratori del deposito di Piacenza.
L’Ilva di Taranto dopo aver tentato, per fortuna senza successo, di costringere i lavoratori a scegliere fra lavoro e salute, allo sciopero dei lavoratori del MOF (trasporti interni) per chiedere più sicurezza dopo la morte del loro compagno Claudio Marsella risponde con la cassa integrazione per 2000 lavoratori. La decisione dell’Ilva appare come una vera e propria rappresaglia contro lo sciopero ancora in corso e un “ricatto” verso l’ordinanza della magistratura scrive Stefano Porcari su Contropiano.org
Fiat, Ilva ed Ikea sono i casi più eclatanti di come il padronato si sente autorizzato dall’assenza di opposizione e dalle politiche governative ad agire come una realtà extra territoriale. Il messaggio è chiaro. Chi lotta per i per i propri diritti deve sapere che mette a repentaglio l’occupazione di altri lavoratori.
Lo sciopero del 14 novembre non può quindi limitarsi alla pur importante denuncia dei danni occupazionali e sociali prodotti dalle politiche di austerity europee ma essere il punto di partenza di una mobilitazione che unisca in una sola lotta generale e continuata le lotte dei lavoratori degli studenti, dei giovani, degli anziani, dei precari e dei vari movimenti di opposizione presenti sul territorio contro le politiche della Troika, contro la preconizzazione del lavoro, per un reddito di cittadinanza come condizione per evitare che il lavoro venga ridotto a prestazione servile e senza diritti.

Ezio Casagranda

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